Dichiaratamente rivolti al passato, in virtù di esperienze e attitudine, i Kings Crown, nati a Goteborg nel 2021, arrivano al debutto su Frontiers per un disco “Closer to the Truth” che potrà raccogliere molti consensi in chi apprezza certe sonorità hard rock molto influenzate dal blues e dall’hard melodico scandinavo che sono state al centro di dischi importanti come quello di Vandenberg, Kerslake e tanti altri, nell’ultimo periodo.
Subito dalla iniziale “It’s too late” arrivano le prime conferme : sembra un brano uscito dalle sessioni di composizione di “Ready and Willing” dei Whitesnake, a metà anni 80 : la base ritmica, la voce di Small, gli inserti di hammond e tastiere retrò, per un grande risultato, dobbiamo dire. Lo stesso dicasi per “Still Alive”, che è stato anche il video realizzato, dove la voce di Small può essere facilmente confusa con quella di Glenn Hughes. Nell’economia del suono le tastiere hanno un grande ruolo, nella versione hammond, che ricrea una atmosfera anni 70 davvero suggestiva.
L’operazione vede in primo piano l’ex chitarrista di Gypsy Rose, Phenomena e Dogface Martin Kronlund che si avvale della qualità del cantante britannico Lee Small (Shy, Phenomena, Sweet e altro ancora), insieme ad Anders Skoog alle tastiere, Berra Holmgren al basso e Pontus Engborg (Glenn Hughes) alla batteria.
I brani sono tutti molto equilibrati, come il mid-tempo di “The Servant” dove la voce di Small si dimostra camaleontica, usando tonalità meno tirate per un effetto più “moderno” in un brano più melodico. “Standing on my own” è una ballata molto ritmata, ben condotta da Small e dall’intera band. Rainbow e Deep Purple si affacciano con “Stranger”, ma non siamo a copiare, perché Kings Crown hanno una dimensione propria e una personalità che crescerà se continueranno a suonare insieme.
Non è particolarmente in primo piano la chitarra d Kronlund, o, per meglio dire, lavora bene nella fase ritmica e poco in ambito solistico. E’ così anche in “Down Below”, che propone un coro interessante e un assolo della chitarra non particolarmente sviluppato. Altro brano dalla matrice blues è “Stay the night”, che esalta anche una produzione di qualità e ripropone tonalità alla Glenn Hughes della voce di Small.
Un gran riff “spaziale” caratterizza la titletrack, spinta da una sezione ritmica pulsante, e la seguente “I will remenber” si muove più o meno sulle stesse linee armoniche, mentre “Don’t hide” mette un luce un buon groove, caratterizzato soprattutto da una interpretazione del basso da parte di Berra Holmgren di tutto rispetto e con una chitarra finalmente protagonista. Grande bluesettone finale con “Darkest of the day” per un disco certamente valido, magari privo di hit indimenticabili, ma suonato e vissuto da musicisti ai quali la classe non manca.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















