Arriva a circa tre anni di distanza da “The Awakening” il nuovo album “Dark Asylum”, quattordicesimo capitolo della discografia dei Kamelot e quinto con Tommy Karevik alla voce.
Avendo avuto la fortuna di avere il disco già dal mese di luglio, ho avuto modo di ascoltarlo e riascoltarlo più volte. Se ai primi ascolti l’entusiasmo avrebbe fatto gridare al capolavoro, dopo una serie di ascolti è arrivato un piccolo calo, salvo poi, in realtà, crescere nuovamente con gli ascolti successivi, facendo emergere altre sfumature che vengono fuori soprattutto dopo averlo ascoltato ripetutamente.
Diciamo che, a livello compositivo e qualitativo, “Dark Asylum” e “The Awakening” si equivalgono: ognuno ha i suoi pro e i suoi contro. Ad esempio, “The Awakening” aveva “One More Flag in the Ground”, un brano che alla lunga diventava un po’ noioso; “Dark Asylum”, invece, può far storcere il naso per l’eccessiva snellezza dei brani, che risultano in molti casi piuttosto corti in termini di minutaggio.
“Dark Asylum”, come lascia intendere anche il titolo, è un disco dalle atmosfere oscure, molto gotiche, a tratti nefaste, e non poteva essere altrimenti, visto che la narrazione ruota attorno al RavenHill Asylum, una monumentale e antica cattedrale abbandonata nel cuore dei boschi, convertita in un manicomio da un folle che vi ha stabilito il proprio culto personale.
Non so perché, ma nel mio immaginario l’opera mi rimanda all’Arkham Asylum di Gotham City, quello di Batman. Se la Gotham di Batman unisce il noir al modernismo industriale, l’immaginario dei Kamelot è invece marcatamente neo-vittoriano, teatrale e sinfonico, decisamente più vicino alle atmosfere del metal classico e della letteratura horror ottocentesca.
Come già detto, l’album fonde elementi gotici, neo-vittoriani e fortemente teatrali, dando vita a una sorta di cinematic metal, grazie anche alle numerose orchestrazioni, una soluzione già sperimentata, per citare esempi recenti, da Luca Turilli’s Rhapsody e Tarja.
La produzione, ottimamente curata da Sascha Paeth e dalla band stessa, e mixata e masterizzata da Jacob Hansen presso gli Hansen Studios, è veramente superlativa e riesce a esaltare ogni singola sfumatura del disco.
A livello vocale, questo rappresenta forse il punto più alto dell’era Karevik nei Kamelot, sia da un punto di vista prettamente canoro — canta in maniera superlativa — sia sotto il profilo dell’espressività, riuscendo a interpretare magistralmente ogni brano e a staccarsi definitivamente dal suo predecessore Roy Khan. In passato, infatti, si poteva ancora avvertire qualche forma di emulazione a livello vocale.
Il disco si apre con l’intro “Sanctorium”, con la parte narrata da Ignacia Fernández, che prepara il terreno al classico pezzo power con la doppia cassa a farla da padrona, “Ashen World”, che si muove sulla falsariga di brani come “Ghost Opera”. Un futuro cavallo di battaglia in sede live, che vede anche la partecipazione di Ignacia Fernández per le parti growl, un tempo affidate prima ad Alissa White-Gluz e poi a Melissa Bonny.
Uno dei pezzi più freschi, originali e, a mio avviso, tra i più belli del disco è sicuramente la title track “Dark Asylum”, scandita dal basso martellante di Sean Tibbetts. Un incrocio tra il prog-metal dei primissimi Kamelot e il power, con un ritornello fresco, dalle venature quasi A.O.R., molto melodico, ma che viene “indurito” dalla sezione ritmica, rendendo il brano decisamente “cattivo”.
Segue l’anthemica e magnetica “Sanctuary”, che vede la partecipazione di Clémentine Delauney per le parti vocali pulite e di Ignacia Fernández per quelle growl: un altro brano che colpisce nel segno.
“Nocte Veritas” è un intermezzo in lingua latina che fa da apripista a “One Last Masquerade”, un brano che sembra uscito da “Scarecrow” degli Avantasia e, non a caso, troviamo proprio il buon Tobias Sammet a duettare con Karevik per un altro episodio estremamente convincente.
“Ivy, My Dear” è la prima delle tre ballad e, probabilmente, anche la migliore delle tre. Forse tre ballad sono troppe per un disco così corto: sì, perché, a dispetto dei 15 brani che lo compongono, il minutaggio si attesta sui 51 minuti complessivi.
Il brano ci riporta indietro nel tempo, quasi nel Medioevo. Infatti, durante i primissimi ascolti, nei primi giorni di agosto, mi trovavo in giro per i villaggi dell’Alsazia, tra case a graticcio e piccoli centri dal sapore medievale, e rappresentava la colonna sonora perfetta per gli spostamenti in auto.
Una traccia caratterizzata da orchestrazioni e archi, prevalentemente acustica, che potrebbe ricordare vagamente, per intensità e tipologia, “Valley of the Queens” degli Ayreon, con un Karevik sugli scudi, davvero impressionante.
Il disco mantiene sostanzialmente gli stessi schemi di “The Awakening” con i successivi brani “Godlike Alchemy”, “The Sleeping Mind (Orphic Paradigm)”, caratterizzato dal drumming chirurgico e martellante di Alex Landenburg, e “Kaleidoscope”, che possiamo paragonare per struttura a brani quali “Bloodmoon”, “NightSky” o “The Looking Glass”, sia per stile sia per il loro posizionamento all’interno della scaletta del disco.
È il turno della seconda ballad, “Enigma (Think of Me)”, brano emozionante e malinconico, nonché il pezzo più lungo dell’intero disco, che sfiora i cinque minuti di durata. Forse, però, ne sarebbero bastati anche meno, perché alla lunga risulta un po’ troppo prolisso.
“Cassandra’s Disease” è un mid-tempo ottimamente strutturato, che accelera nella parte finale, ma forse rappresenta l’anello più debole dell’intero disco.
“Beneath the Moon (Tunglið)” è la terza ballad, un pezzo interamente acustico sorretto da una sezione di archi e violini, cantato in lingua islandese da Rannveig Sif Sigurdardottir (che duetta con Sólveig Sara Leupold), che ha già collaborato con i Kamelot ai tempi di “The Fourth Legacy” e anche con i primi dischi solisti di Luca Turilli.
Un brano di musica celtica, sulla falsariga di quanto proposto da Tuomas Holopainen con gli Auri, che nel mio immaginario fa pensare a delle persone sedute in cerchio davanti al fuoco a cantare.
“The Puppet King” è il brano power posto in chiusura del disco, se non consideriamo l’outro “Sanctum Requiem”, che chiude magistralmente l’album, con un piccolo neo: anche in questo caso il minutaggio, davvero risicato, di appena tre minuti.
Diciamo che un po’ tutti i brani sono corti, snelli, puntano dritti alla sostanza e alla semplicità, senza risultare per questo scontati.
Anche gli assoli di Youngblood sono snelli e diretti, senza troppi virtuosismi. Diciamo che il chitarrista non ha mai fatto del virtuosismo sulla sei corde il suo punto di forza, che rimane invece la qualità compositiva, il songwriting : l’eccelsa capacità di scrittura del musicista americano.
Un altro disco riuscitissimo, dunque, che aggiunge una medaglia alla ormai lunga carriera della band capitanata da Youngblood, che ha fatto un solo mezzo passo a vuoto con “Poetry for the Poisoned”, ultimo album con Khan alla voce.
Da “Silverthorn” in poi, per i Kamelot è iniziata una seconda giovinezza, una nuova vita, una ventata di aria fresca portata dal buon Karevik, che con questo “Dark Asylum” raggiunge, a mio avviso, uno dei punti più alti della sua esperienza nella band.
Voto: 8,5/10
Stefano Gazzola
















