Di Maurizio Mazzarella
BARI – Una serata nel segno dell’heavy metal, con una delle formazioni più importanti nella storia del genere. I Judas Priest hanno fatto tappa lunedì 7 settembre alla Fiera del Levante di Bari, unica data nel Sud Italia del loro Faithkeepers Tour 2026, regalando al pubblico pugliese uno spettacolo costruito sulla forza del repertorio e sulla presenza scenica di Rob Halford.
L’appuntamento ha rappresentato uno degli eventi internazionali più significativi dell’estate musicale pugliese. L’area della Fiera del Levante è stata allestita per ospitare il pubblico accorso per assistere alla performance della formazione britannica, protagonista di una carriera che ha attraversato più di cinque decenni.
Ad aprire la serata sono stati i Nevermore, saliti sul palco alle 20. I Judas Priest erano invece attesi alle 21.15, dopo l’apertura dei cancelli fissata alle 19.
Nevermore, l’apertura affidata al metal americano
La serata alla Fiera del Levante era iniziata alle 20 con l’esibizione dei Nevermore, chiamati a inaugurare una serata che aveva nei Judas Priest il proprio appuntamento principale. La scelta di affidare alla formazione statunitense l’apertura del concerto ha garantito al pubblico un inizio già caratterizzato da sonorità pesanti e da un’impronta decisamente metal.
I Nevermore hanno rappresentato, soprattutto tra gli anni Novanta e Duemila, una delle realtà più riconoscibili del metal americano, grazie a una proposta nella quale l’heavy metal tradizionale si è incontrato con elementi progressive, thrash e power. Un percorso che ha permesso alla band di costruire un’identità personale e di conquistare una posizione importante all’interno della scena internazionale.
La storia del gruppo è inevitabilmente legata anche alla figura di Warrel Dane, storico cantante e principale interprete vocale della formazione, scomparso nel 2017. La sua voce aveva rappresentato per anni uno degli elementi distintivi dei Nevermore, caratterizzandone il repertorio attraverso una particolare combinazione di aggressività, oscurità e capacità interpretativa.
Il ritorno dei Nevermore ha quindi un significato particolare anche per gli appassionati che hanno seguito la storia della formazione. La band è infatti tornata a esibirsi dopo una lunga pausa, con una nuova formazione costruita attorno ai membri storici Jeff Loomis e Van Williams. Nel 2026 il gruppo ha presentato una line-up che comprende il cantante Berzan Önen, il chitarrista Jack Cattoi e il bassista Semir Özerkan, accanto a Loomis e Williams.
A Bari i Nevermore hanno avuto il compito, tutt’altro che semplice, di aprire davanti a un pubblico arrivato soprattutto per i Judas Priest. Il loro ruolo nella serata è stato però importante: introdurre progressivamente la platea alle sonorità più dure e preparare il passaggio verso lo spettacolo della formazione britannica.
La presenza dei Nevermore ha dato quindi alla serata una precisa identità musicale fin dall’inizio. Il loro metal, più articolato e caratterizzato da una forte componente tecnica, ha preceduto quello dei Judas Priest, creando una sorta di percorso all’interno della storia e dell’evoluzione del genere.
Il passaggio tra le due formazioni ha segnato anche due differenti modi di interpretare il metal: da una parte la complessità e l’impronta più moderna dei Nevermore, dall’altra la tradizione dell’heavy metal britannico portata ai massimi livelli dai Judas Priest.
L’ingresso dei Judas Priest
Alle 21.15 le luci si sono abbassate e sul palco sono arrivati i Judas Priest.
Rob Halford ha guidato la formazione in uno spettacolo nel quale la componente musicale è rimasta centrale, accompagnata da una produzione scenica coerente con l’immagine che la band ha costruito nel corso della propria carriera.
Il frontman britannico ha mantenuto un rapporto costante con il pubblico, alternando i brani a una presenza scenica particolarmente marcata. Non sono mancati alcuni degli elementi più riconoscibili dell’immaginario dei Priest, compreso l’ingresso in scena di Halford in sella alla tradizionale Harley-Davidson.
La band ha invece puntato sulla compattezza dell’esecuzione, affidando alle chitarre e alla sezione ritmica il compito di sostenere una scaletta che ha attraversato diverse epoche della propria discografia.
Una scaletta tra passato e presente
Il concerto ha proposto una selezione ampia del repertorio dei Judas Priest.
Tra i primi brani eseguiti You’ve Got Another Thing Comin’, Metal Gods e Breaking the Law, quest’ultima accolta dal pubblico con particolare partecipazione.
Il percorso è quindi proseguito con The Ripper, The Sentinel, Desert Plains e Lightning Strike, prima di arrivare a Turbo Lover, uno dei pezzi più rappresentativi della produzione degli anni Ottanta.
La scelta della scaletta ha consentito di attraversare una parte significativa della storia della band senza concentrarsi esclusivamente sui brani più conosciuti. Accanto ai classici hanno trovato spazio anche composizioni appartenenti alla produzione più recente.
“Panic Attack” porta Bari nel presente
Uno dei passaggi più interessanti dello spettacolo è stato Panic Attack, brano contenuto in Invincible Shield, album pubblicato nel 2024.
La presenza del pezzo all’interno della scaletta ha confermato la volontà della band di non limitare il concerto alla celebrazione del proprio passato.
I Judas Priest continuano infatti a proporre materiale nuovo accanto ai grandi classici, mantenendo una continuità artistica che permette alla formazione di parlare anche a un pubblico più giovane.
Il risultato è stato un concerto nel quale diverse generazioni di appassionati hanno potuto riconoscersi.
Halford resta il punto di riferimento
Al centro dello spettacolo è rimasto naturalmente Rob Halford.
La sua voce e la sua presenza scenica continuano a rappresentare uno degli elementi distintivi dei Judas Priest. Il cantante ha affrontato una scaletta impegnativa mantenendo il ruolo di assoluto protagonista del concerto.
Halford ha inoltre confermato la propria capacità di trasformare ogni brano in un momento di spettacolo, attraverso una gestualità e un’immagine scenica ormai entrate nella storia dell’heavy metal.
Accanto a lui, la band ha garantito una prova solida, con particolare attenzione alla componente strumentale.
Da “Victim of Changes” a “Painkiller”
Nella parte conclusiva dello spettacolo ha trovato spazio Victim of Changes, uno dei brani più importanti del repertorio storico dei Judas Priest.
Il pezzo ha rappresentato uno dei momenti maggiormente legati alla storia della formazione britannica, prima dell’accelerazione finale.
A quel punto è arrivato Painkiller, brano che da oltre trent’anni rappresenta uno dei simboli della produzione più aggressiva della band.
La batteria di Scott Travis e il lavoro delle chitarre hanno spinto il concerto verso il suo momento di maggiore intensità, con Halford impegnato a sostenere uno dei pezzi più complessi e riconoscibili della discografia dei Priest.
Il bis e la conclusione
Dopo Painkiller, i Judas Priest sono tornati sul palco per il bis.
La sequenza finale ha compreso The Hellion, Electric Eye, Hell Bent for Leather e Living After Midnight, quattro brani che hanno riportato sul palco alcune delle diverse anime della formazione.
L’ultima parte dello spettacolo ha quindi assunto un carattere più celebrativo, con il pubblico impegnato a seguire i brani che hanno contribuito a costruire la reputazione internazionale della band.
Il concerto si è concluso dopo circa un’ora e mezza di musica.
Una data importante per la Puglia
La presenza dei Judas Priest alla Fiera del Levante rappresenta un appuntamento significativo per il calendario musicale pugliese.
Portare a Bari una formazione di questo livello significa inserire il capoluogo pugliese nel circuito dei grandi appuntamenti internazionali dedicati al rock e all’heavy metal.
Il pubblico ha risposto con entusiasmo, confermando l’esistenza di una comunità di appassionati capace di seguire eventi di questo genere anche al di fuori dei tradizionali circuiti delle grandi città italiane.
Per i Judas Priest, invece, Bari è stata una nuova tappa di una carriera ancora in movimento.
Il concerto ha messo insieme alcuni dei brani che hanno fatto la storia dell’heavy metal e una parte della produzione più recente, con una formazione capace di mantenere riconoscibile il proprio sound senza rinunciare all’evoluzione.
Una serata nella quale il passato e il presente dei Judas Priest hanno trovato spazio sullo stesso palco.
E la Fiera del Levante, per una notte, è diventata una delle capitali italiane dell’heavy metal.
















