Non avevo mai sentito nominare gli Induction prima di ricevere la promo del nuovo lavoro, intitolato “Love Kills!”, nonostante esso sia la loro quarta uscita dopo due full length e un ep. Colpa mia, ovviamente: raramente prendo in considerazione nuove band quando leggo scritto “power metal”, dunque nemmeno mi metto a cercare nuova musica sotto quel genere. Al di là dei gusti personali, si tratta comunque di un filone tragicamente saturo e pieno di formazioni che copiano spesso e volentieri le band maestre del genere, senza offrire nulla di unico o diverso. Ammetto anche – chi ha letto altre mie recensioni lo sa benissimo – di non esser mai stato un amante dei “classici”: pertanto se come gruppi di riferimento del power metal mi si citano i Judas Priest, i primissimi Helloween o i Gamma Ray, il mio interesse cala ulteriormente in quanto di queste sopracitate formazioni (di cui riconosco il valore in misura oggettiva, sia chiaro) non mi piace quasi nessuna canzone. Leggere che nella line-up degli Induction militi come membro fondatore Tim Hansen (figlio di del celebre Kai) mi ha suscitato delle sensazioni contrastanti ma riuscendo comunque a solleticare il mio interesse; dopotutto, giusto per fare un parallelismo, il figlio di Eddie Van Halen ha fondato una band (i Mammoth) totalmente diversa da quella del padre (i Van Halen) ma comunque splendidamente meritevole di ascolto. Liberandomi dunque le orecchie dai miei pregiudizi sul power metal ho proceduto ad avviare “Love Kills!” e… quello che ne è uscito fuori mi ha stupito, letteralmente. Leggere “power metal sinfonico” sulla pagina degli Induction su Encyclopaedia Metallum mi suggeriva sonorità totalmente differenti: qui troviamo invece il sintetizzatore come strumento principale sia per linee vocali che per molti assoli (intervallandosi on la chitarra) ed effetti ultra pomposi che ricordano in maniera molto chiara (anche un po’ troppo, onestamente, in alcuni punti) i Beast In Black, band che adoro proprio per il loro coraggio di andare controcorrente rispetto ai classicismi, sperimentando e proponendo un vero e proprio “pop/synth metal” aggressivo e divertente da ascoltare. Volendo procedure a ritroso, possiamo accostare gli Induction anche un po’ a qualcosa dei Dragonforce o del progetto Avantasia, ma i Beast In Black restano la band che sembra quasi “gemella”.
La parte vocale viene invece curata dall’italiano Gabriele Gozzi, che sostituisce il precedente cantante – presente come fondatore del gruppo – dal 2024. La sua prova vocale è davvero notevole: il suo timbro è ruvido e vagamente irriverente, la sua esecuzione senza sbavature e con una pronuncia inglese di ottimo livello; complessivamente mi ricorda un po’ le voci hard rock/AOR di Ronnie Atkins (Pretty Maids, Nordic Union) e Jakob Samuel (The Poodles) e complice anche una produzione (solo per la voce!!) volutamente più grezza e retrò, rende perfettamente l’idea di un metal che celebra gli inni aggressivi e le sigle delle serie TV di avventura degli gloriosi anni ’80 ma… quelli posticci, non quelli che effettivamente si ascoltavano in quel periodo. Mi riferisco al movimento “retrowave”, che con strumentazioni e sonorità moderne ricrea un pattern musicale nostalgicamente ispirato agli anni ’80 nonostante la produzione di quei tempi fosse molto diversa e dunque queste suddette canzoni sarebbero sembrate super-avanguardiste, se fossero state rilasciate a quei tempi. Gli Induction non indugiano (perdonate il gioco di parole) su questo, picchiano duro e decisi e tutte le loro canzoni catturano presto l’ascoltatore. Di contro, se devo citare qualche difetto di questo album in imminente uscita, devo purtroppo menzionare che le stesse canzoni non presentano troppe variazioni sul tema e dunque si è a rischio di una possibile mancata longevità dell’interesse dell’ascoltatore; inoltre, come già detto ad inizio recensione, vi si trovano troppe similarità con i Beast In Black, tanto da poter confondere le due band in alcune parti. Ciònonostante, mi sento di applaudire questo “Love Kills!” senza riserve in quanto sebbene non brilli per unicità, dimostra il coraggio della band di dire la propria e di offrire qualcosa di diverso facendolo anche con stile, tremendamente con stile.
Voto: 8/10
Francesco “Grewon” Sarcinella















