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Forgotten Tomb: “Il nuovo album è più ‘crudo’ ma anche più ‘melodico’ e d’atmosfera”

Forgotten Tomb: “Il nuovo album è più ‘crudo’ ma anche più ‘melodico’ e d’atmosfera”

"Il disco precedente aveva molti strati e arrangiamenti e suonava piuttosto complesso mentre a questo giro abbiamo lasciato da parte gli arzigogoli in favore di un sound più scarno ed essenziale."

Salve a voi Forgotten Tomb. Benvenuti sulle pagine telematiche di GiornaleMetal.it.

Salve a voi e ai lettori.

Siete sul mercato con un nuovo album. Volete spiegarci un po’ di caratteristiche della vostra uscita discografica? Dirci qualcosa sui testi, sul modo in cui lo avete creato e prodotto…

Il disco precedente aveva molti strati e arrangiamenti e suonava piuttosto complesso mentre a questo giro abbiamo lasciato da parte gli arzigogoli in favore di un sound più scarno ed essenziale. In questo senso forse può risultare più “crudo” ma è un disco un po’ più melodico rispetto ai due precedenti e maggiormente basato sulle atmosfere; al tempo stesso ha anche diversi riferimenti al blues, alla musica southern e all’hard rock, così come al dark anni ’80, “mascherati” attraverso un feeling più black metal rispetto alle ultime produzioni che invece erano più pesanti e con alcune influenze sludge più marcate. Gli elementi nella nostra musica sono sempre stati un’unione di tutte queste cose, specialmente da “Negative Megalomania” in poi, ma a seconda dell’ispirazione alcuni album tendono più da una parte e altri da un’altra. Mi piace definirlo “black rock” invece che “black metal”; l’unica traccia veramente retrò e black metal anni ’90 è l’ultima, “RBMK”, che è senza dubbio uno dei brani più estremi che abbiamo mai scritto ma al tempo stesso ha un mood molto sinistro e degli arrangiamenti inusuali. Nel complesso il disco per me è una buona unione di tutte le varie esplorazioni del nostro sound attraverso gli anni, riviste in un’ottica ulteriormente nuova; la title-track ad esempio è un brano molto diverso da qualunque cosa fatta in precedenza, “Distrust3” ha un’intera parte blues centrale rivisitata in chiave “grim”, “Iris House Pt.I” si basa su una slide-guitar e su lick blues e anche gli altri brani possiedono alcuni di questi elementi ed altre soluzioni che trovo piuttosto inusuali e interessanti.

Riguardo ai testi, a questo giro ho affrontato diversi argomenti. C’è un mini-concept sulle malattie terminali nel brano “Iris’ House” che è diviso in due parti: la prima sulla scoperta della malattia e la presa di coscienza del poco tempo rimasto da vivere e l’altro è la descrizione degli ultimi giorni in un letto d’ospedale aspettando di morire. Il titolo è ispirato da un hospice vicino a casa mia; da queste parti quanto ti dicono che hanno portato un malato in quel posto, significa che non ha scampo. Nella band abbiamo tutti avuto parenti, amici e conoscenti morti di cancro e altre malattie e quando vedi che anche gente della tua età si ammala e in certi casi muore, ti fa riflettere una volta di più su quanto la vita sia perennemente appesa a un filo. Ci sono poi alcuni brani basati sulla mia costante antipatia verso buona parte del genere umano, in maniera più o meno estrema a seconda dei casi; il brano “RBMK” ad esempio fa riferimento al reattore di Chernobyl e invoca una situazione apocalittica. “Distrust3” parla della mia diffidenza verso le persone e i voltagabbana mentre “Active Shooter” fantastica sull’idea di effettuare una strage a mano armata, pur essendo scritta in una maniera molto cinematica. La title-track è invece una sorta di descrizione della situazione mentale da me raggiunta negli ultimi anni in cui pur essendo fisicamente presente mi sono mentalmente estraniato da qualunque cosa, in particolare da certe abitudini del mondo moderno; vivo in una mia dimensione mentale parallela, nei limiti del possibile. Sono in generale testi molto estremi come sempre e sicuramente daranno fastidio a qualcuno, ma il mondo in cui viviamo non è certo meraviglioso, ora meno che mai. Sono testi molto cinematici e descrittivi, è facile immaginarsi un ideale cortometraggio per ognuno perché in fondo raccontano delle storie.

A livello di produzione ho notato che ormai tantissime release metal hanno esattamente gli stessi suoni di batteria e in generale suonano estremamente ultra-prodotte e “fasulle”, “plasticose” se vogliamo, quindi l’idea era di creare un punto di ripartenza e tornare a fare i dischi come si facevano una volta, con più dinamiche e dove si senta l’effettiva mano del musicista invece di appiattire tutto con plugin digitali, trigger e altre amenità dell’epoca odierna. Ho quindi deciso di occuparmi personalmente della produzione e ho incaricato l’ingegnere del suono di recuperarmi alcuni microfoni specifici per ogni strumento seguendo in linea di massima le nozioni di alcuni dischi storici dell’hard rock; la quasi totalità dei microfoni che ho scelto sono degli anni ‘60/’70 e sono quelli utilizzati dagli AC/DC sui dischi tra il ’78 e l’80. Inoltre abbiamo utilizzato un nastro analogico su tutto e alcuni strumenti e amplificatori vintage. Ho preferito sacrificare un po’ di pulizia del suono a favore di qualcosa che suonasse autentico e più fedele a come suona effettivamente la band dal vivo. La produzione potrà piacere o meno, ma ha un suo sound e una sua personalità e per questo suona differente; i microfoni usati restituiscono molta della personalità del singolo musicista e riportano ai tempi in cui ogni band suonava alla propria maniera, in contrasto con l’omologazione delle produzioni odierne. Non volevo che l’album suonasse necessariamente come un disco anni ’70, anche perché usiamo più distorsioni e facciamo un genere estremo, ma l’idea era comunque di mettere quella strumentazione al servizio della musica e ottenere un lavoro che suonasse organico e non allineabile con i dischi dei 2000. Anche per il mix, realizzato dal nostro bassista Alex, abbiamo lavorato quasi interamente su un mixer analogico e per il mastering abbiamo scelto gli Enormous Door in Texas perché lavorano sulla stessa lunghezza d’onda; non a caso anche alcuni degli ultimi album dei Darkthrone sono stati masterizzati lì.

L’artwork è molto bello. Ho visto la firma di Paolo Girardi. Potete parlarcene e descrivere un po’ la ragione che vi ha spinto a scegliere questo artista?

La copertina deriva da un mio sogno ricorrente ed è da interpretare come un “point of view”: è quello che io vedevo nel mio sogno, camminando in mezzo a quest’acqua mentre cascate enormi piovono da entrambi i lati e un mondo selvaggio e disabitato da forme umane si apre all’orizzonte; ho spiegato il sogno e i colori all’artista Paolo Girardi con un bozzetto e lui l’ha talentuosamente trasposto nel quadro. E’ più un’immagine naturalistica e surreale rispetto al solito ed è un po’ una novità per noi dato che abbiamo quasi sempre avuto un immaginario principalmente legato a situazioni urbane tranne in alcuni casi. Era comunque un po’ che non avevamo un disegno in copertina e volevo qualcosa di maestoso che richiamasse le sleeve di tanti classici con cui sono cresciuto nei ’90, come quelle di Kristian Wahlin, Andreas Marschall o Dan Seagrave. Inizialmente avevo pensato di incaricare proprio uno dei succitati artisti ma sapevo che avrebbero avuto tempistiche troppo lunghe; abbiamo quindi fatto un brainstorming nella band e alla fine è uscito fuori il nome di Girardi; lo conoscevo ma non avevo mai osservato attentamente i suoi lavori, una volta fatto mi sono reso conto che era incredibile e non aveva nulla da invidiare ad artisti esteri più blasonati, per cui non aveva senso cercare altrove, è stata una scelta immediata. Compatibilmente con gli impegni di Paolo Girardi sarebbe bello avere altre due sue copertine per gli altri dischi futuri di questa trilogia.

Il concept, le tematiche liriche che vi contraddistinguono sono sempre sembrate piuttosto estreme. Occulto, rabbia cieca, depressione, emozioni negative…. Potete spiegarci un po’ più precisamente a cosa vi ispirate quando componete?

Diciamo che nella vita non ho avuto particolari motivi per cantare di cose differenti e forse è anche parte del mio carattere, oltre che una cifra stilistica della band; a scanso di equivoci, non mi considero comunque una persona depressa e tantomeno che si piange addosso e chi mi conosce lo sa bene, semplicemente nella musica di FT preferisco parlare di emozioni negative e sfogare i miei lati peggiori. I testi di FT si sono evoluti attraverso gli anni e dipendono strettamente dall’avanzare dell’età, dalle esperienze personali e da quel che succede intorno a me, quindi sono di solito una piccola istantanea del periodo in cui sono stati scritti. I testi del primo disco, che ormai sono di 20 anni fa, chiaramente non possono essere indicativi della persona che sono adesso; all’epoca ero poco più di un teenager, adesso ho 40 anni quindi di acqua sotto i ponti ne è passata molta. Per altri versi invece alcune cose non cambiano mai, come la mediocrità del genere umano, le delusioni quotidiane, le difficoltà e le sofferenze; cambiano la forma e la gravità forse ma i problemi e le brutture della vita permangono, quindi c’è sempre qualcosa di cui scrivere, purtroppo. Oggigiorno si sono aggiunte tematiche più coerenti all’età e alle cose successe negli ultimi anni, quindi riflessioni sull’avanzare inesorabile del tempo che distrugge tutto, le malattie, gli incontri ravvicinati con la morte, la scomparsa di persone care, i sogni che sono sempre più irraggiungibili, l’estraniarsi dal mondo moderno e via dicendo. Viviamo anche in un periodo storico particolarmente deprimente e decadente quindi si può dire che sono circondato da fonti d’ispirazione costanti.

A livello di live, state organizzando qualcosa per promuovere il vostro album? Lockdown permettendo, intendo…

Abbiamo ovviamente dovuto cancellare sia il tour europeo che quello americano che erano già in fase di preparazione, ed è stata una grossa delusione dato che sembrava dovesse profilarsi un’annata ottima per la band come non ne avevamo da anni; naturalmente la fortuna anche stavolta non è stata dalla nostra parte ma perlomeno a questo giro è un problema non solo nostro, quindi ci siamo messi l’animo in pace in attesa di ulteriori sviluppi. Al momento siamo però riusciti ad organizzare un concerto allo Slaughter Club di Milano per il 19 Settembre, il primo in cui suoneremo anche brani del disco nuovo, e forse ne aggiungeremo un altro il giorno precedente a Parma. E’ importante rimettersi in moto e suoneremo ovunque sia consentito e ci siano le condizioni necessarie per poterlo fare in maniera decorosa. Come tutti speriamo di riprendere l’attività a pieno regime nel 2021 e recuperare i tour persi, anche perché non promuovere questo disco sarebbe un delitto, considerando che sta andando molto bene.

Bene, l’intervista volge al termine. Mandate un saluto a chi volete.

Un saluto ai fans e ai lettori, non perdete i nostri prossimi concerti; potrebbe essere l’unica occasione di vederci live per ancora un bel po’ di tempo…

Intervista raccolta da Alessio Secondini Morelli

Tags: interviste
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