Quando si parla di Dream Theater… sempre tanto di cappello! Si tratta pur sempre di uno dei principali epigoni (ed il primo in assoluto assurto allo stardom internazionale) nel settore del… Progressive Metal (sì: una volta tanto, non userò l’abbreviazione Prog Metal, in onore delle Loro Maestà; dopotutto, una volta si facevano chiamare Majesty…) Vale a dire, quel sottogenere di Metal che ingloba gli stilemi colti, complessi, eclettici e sfaccettati del Progressive Rock… estremizzandone i tecnicismi in pieno stile Metal. Evidentemente, Petrucci e soci hanno sviluppato anche un forte immaginario “artistico”, che li ha portati al successo su larga scala (ricordo la bellissima suite “A Change Of Season”, simboleggiante tutte e quattro le stagioni in sequenza, in parallelo ai quattro stati della vita di un essere umano: una vetta artistica alquanto pregevole ed accattivante). Dal capolavoro internazionalmente riconosciuto “Images And Words” moltissima acqua sotto i ponti è passata. Non sono più al loro posto nè Kevin Moore (ormai da tempo sostituito degnamente dallo “shredder” tastieristico Jordan Rudess) nè tantomeno Mike Portnoy, la cui dipartita (e conseguente sostituzione con l’attuale Mike Mangini) pare sia stata particolarmente sofferta. Nonostante ciò, i rimanenti di allora, il cantante James LaBrie, il chitarrista John Petrucci ed il bassista John Myung, proseguono il loro discorso musicale ormai da parecchi anni, senza alcun tipo di indecisione. Va detto che la natura estremamente sfaccettata del linguaggio musicale dei DT potrebbe a volte mancare di accontentare proprio tutti (ricordo critiche negative sul quarto album “Falling Into Infinity” del 1997). A me non piace pensarla in questo modo. Preferisco guardare oltre al padroneggiamento della tecnica collettiva, attestata dal diploma conseguito al MIT. E “sentenziare” il prosieguo di natura squisitamente artistica del viaggio sonoro nel Teatro del Sogno. Ed effettivamente, su “Distance Over Time” nuovi e più moderni elementi sono inglobati nell’ormai inconfondibile trademark musicale della band. Fa piacere in effetti riscontrare, fin dall’attacco di “Untethered Angel” e di “Paralyzed”, un certo interesse per le partiture Djent, accoppiate con il “downtuning” derivato dall’uso di chitarre elettriche a 7 corde (o da chitarre baritono), così frequenti nel Prog Metal attuale. Del resto, i tipici stilemi Dream Theater sono sempre presenti lungo tutta la durata del disco. Ad esempio, i bei refrain quasi in stile AOR che da sempre caratterizzano la parte più “ruffian-commerciale” della loro musica. I passaggi super-intricati in stile “parte-centrale-di-Metropolis”, che fanno capolino ad esempio più di una volta in “Fall Into The Light”, ma che appaiono molto più mediati e meglio inquadrati rispetto al passato. Non mancano neppure gli unisoni chitarra-tastiera, presenti ad esempio su “Barstool Warrior”. E ovviamente, sono presenti a profusione i vari e repentini cambi d’atmosfera tipici del linguaggio Prog, che trasformano un momento piuttosto intimista istantaneamente in una veloce cavalcata metallica. Voglio anche rimarcare che la voce di LaBrie è una delle mie preferite in assoluto nel Metal. E lo considero in grado ancora oggi, con la sua indubbia classe vocale, di dar voce a tutto l’assortimento di emozioni contenuto su “Distance Over Time”. Al momento attuale, io comune mortale non so dire se questo disco diventerà epocale come i capolavori del passato. Di certo, la mia più forte impressione è che i Dream Theater, nonostante i “cambi di stagione” (leggi, l’avanzare dell’età), ce la stiano mettendo tutta per fare la loro miglior musica possibile. Per essere, insomma… i Dream Theater. E il disco non può beccarsi meno di 9.
Voto: 9/10
Alessio Secondini Morelli















