Il Bacio della Medusa è certamente uno dei pochi gruppi prog, fra quelli che si rifanno apertamente agli anni 70, ad emergere negli anni 2000. Colonna portante e leader di questa formazione perugina è certamente il polistrumentista Diego Petrini, che il meglio di sè lo dà davanti una tastiere di pianoforte, moog, mellotron o synth.
Dalla sua arte nasce questo primo progetto solista, “La Materia del Suono”, dove esprime il lato più sperimentale della sua musica, dando vita a un disco con molteplici sfumature, quasi interamente strumentale, con molti passaggi vicini al jazz-rock che mi hanno ricordato una delle band italiane più brillanti in questo ambito, i Perigeo.
Sarebbe però limitativo classificare in un genere o sottogenere “La Materia del Suono” perché i ripetuti ascolti fanno emergere passaggi che non si erano percepiti in precedenza, atmosfere rarefatte e momenti intensi per un progetto che mi ha ricordato molto un altro bellissimo disco, ovvero “Il Pianeta della Musica e il Viaggio di Iotu” di Franco Mussida, che conteneva la bellissima “L’Oro del Suono”. Alla base delle due opere c’è la stessa ricerca sonora e musicale , con la differenza che il pianoforte è al centro della musica di Petrini come la chitarra classica baritona in quella di Mussida.
“La Materia del Suono” è diviso in due parti (L’Armonia della Natura e Sull’Artificio dell’Uomo) e presenta un solo brano cantato “Ciò che trascende” con il microfono affidato ad Alvaro Fella, voce degli storici Jumbo. Dal Bacio della Medusa Petrini porta Eva Morelli ai fiati poi ci sono Giorgio Panico al basso fretless, Andrea Morelli alla chitarra elettrica e acustica, Claudio Ridolfi alla fisarmonica, strumenti che non incidono in modo particolare nell’economia del gruppo, specialmente la sei corde.
Diego Petrini ha definito la sua creatura un disco “cinematico”, volendo raccontare il movimento dei corpi, senza indagare sulle cause che lo generano, riuscendoci benissimo.
Tanti aspetti interessanti, come la danza popolare di “Sublimazione”, una specie di valzer delle emozioni, oppure la cartolina-affresco di “Immagini al Tramonto”, o la new age di “Fiori di Cinabro”, insieme al jazz-rock di cui parlavo prima di “Etere” oppure di “Macchia Verde”. Ci sono momenti marziali in “Antropomorfa” , in un continuo mutare di forme e suoni.
Un disco difficile, impegnativo anche per chi lo ascolta, ma merita di essere valutato con attenzione.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















