Da molti anni ormai, il biondo chitarrista tedesco si e’ infilato in un circolo vizioso senza alcuna via d’uscita; uno dei pochi artisti ad essere riuscito a clonare se stesso, facendo un “copia e incolla” per ogni disco che ha prodotto negli ultimi 20 anni.
Il disco inizia con il “solito” intro strumentale, per poi lasciare spazio al “consueto” up-tempo dal titolo “Survive”: traccia in pieno stile A.R.Pell, abbastanza “fresca” nel refrain, ma nel complesso niente di trascendentale.
“No compromise” e’ la tipica traccia n.3 (la seconda se escludiamo l’intro) di un qualsiasi album di A.R.Pell e che si muove sulla falsariga di tanti altri brani presenti nella sua discografia, quali ad esempio “Rock the nation”, tanto per citarne uno.
Uno dei brani piu’ “originali”, se cosi’ possiamo definirlo (“originali “e’ un parolone in realta’) e’ “Down on the streets”, robusto hard rock di matrice Rainbow con un Johnny Gioeli davvero ispirato: vero punto di forza per i dischi del buon Axel.
Non poteva mancare la “classica” ballad “lunga”, con i suoi 9 minuti : “Gone with the wind”, traccia troppo “prolissa” (ma..quando mai ?), molto simile ad “Under the gun” (ma dai!); l’eccessivo minutaggio rende l’ascolto ancora piu’ noioso, che senso ha allungare una minestra gia’ annacquata di suo ? una durata di 6 minuti sarebbe stata piu’ che sufficiente per esprimere il concetto.
“Freight train” e’ la traccia che dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che Gioeli sarebbe stato il cantante ideale dei Rainbow (al posto di Ronnie Romero, per me cantante sopravalutato); “Follow the beast” e’ un uptempo scandito da un bel riff di chitarra, brano che assomiglia vagamente a “Gunfire” del precedente album di inediti (si fa per dire) “Sign of the times”.
“Fly with me” e’ una ballad, “lentone” ideale che in sede “live” potrebbe prendere il posto di “Casbah”ed essere “miscelata”, in un medley con “The masquerade ball”. Un suono di hammond apre “The rise”, traccia strumentale che ci riporta al Pell di meta’ anni 90’; non male il “duello” sonoro tra hammond e chitarra.
In chiusura del disco la title-track “Lost XXIII”: e’ il classico lungo brano dal sound “mistico”, il cantato e’ epico ed “evocativo”, come solo il buon Johnny e’ in grado di fare; questa sua peculiarita’ canora riesce a donare quel tocco magico alle composizioni che altrimenti risulterebbero “scialbe”. Per fare un paragone, questo pezzo assomiglia stilisticamente a “The Masquerade ball”.
La produzione, in particolare quella della batteria, rimanda a quelle degli anni 90’; questo disco ribadisce ancora una volta, tutto l’amore di Axel R. Pell nei confronti di Ritchie Blackmore, suo vero “mentore” artistico, padre putativo a livello musicale.
Dovessi valutare la prestazione del cantato e l’esecuzione strumentale, il voto finale sarebbe un bel 8; ma la qualita’ delle composizioni non va oltre ad un 6 (in primis va giudicata la qualita’ della musica): la media direbbe 7, ma…
Se parlassimo di un debut album, non conoscendo i precedenti capitoli discografici del buon Axel, potrei dare un 7, ma come ho gia’ detto il “tedesco” e’ diventata la copia di se stesso, serve innovarsi e ritrovare una freschezza compositiva ormai smarrita.
Come uscire da questo circolo vizioso in cui si e’ infilato ? banalmente provando ad estendere le sessioni di song-writing anche agli altri membri della band, oppure diminuire la cadenza temporale di ogni sua uscita ( per esempio ogni quattro/cinque anni, anziche’ ogni due) e spendere il suo tempo cercando di fare uno sforzo maggiore a livello compositivo.
Voto: 6,5/10
Stefano Gazzola















