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ANTONELLO CRESTI – La Musica E I Suoi Nemici

Antonello Cresti, “L’ascoltatore deve tornare protagonista”

"L'Heavy Metal comprende molti elementi epici, da secoli presenti nella letteratura occidentale, ma la sua funzione è quella di esprimere l'ombra che è dentro ciascuno di noi"

Dopo aver presentato sulle nostre pagine telematiche la recensione del libro “La Musica E I Suoi Nemici” di Antonello Cresti, ho deciso di approfondire alcune tematiche con l’autore in un’intervista. Quantomeno per contestualizzare e prendere atto di molte trasformazioni social-culturali che si stanno verificando in questi ultimi tempi, anche nel mondo della musica. Il nostro portale si occupa prevalentemente di Metal, eppure non rimaniamo insensibili al tracollo spesso imposto dall’alto, con il potente mezzo della tecnologia informatica, che si sta imponendo a livello globale, e che potrebbe toccare anche il settore Hard & Heavy, spesso di per sé basato su un immaginario concettuale coerente ed ispirato, da sempre avversato dai più. Cresti, oltre ad essere autore di saggi autorevoli ed approfonditi su molti ambiti musicali, con particolare predilezione per quelli sperimentali ed alternativi al mainstream, si è anche reso autore di iniziative controculturali alquanto lodevoli. Rivolgiamo allora alcune domande di approfondimento all’intellettuale Cresti, acuto osservatore, sulle materie in questione. Voglio specificare che l’intera intervista si è svolta come una libera chiacchierata da pari a pari, con domande preventivamente appena abbozzate, poi sviluppate nel corso della stessa intervista. Andiamo allora a leggerne il resoconto.

In questi anni viviamo una grossa trasformazione social-culturale, il cui tracollo alienante per le nuove generazioni viene ben descritto in parte del tuo libro “La Musica E I Suoi Nemici”. Come autore indipendente, pensi che l’editoria non mainstream, a cui tu appartieni, possa avere un suo ruolo nel contestualizzare tutti i fenomeni musicali e non, che si avvicendano a rotta di collo, e che finiscono per disorientare e confondere il pubblico fruitore di musica? E oltretutto, visto che il libro è uscito da un certo periodo, pensi di esser riuscito con esso a raggiungere i traguardi ed i responsi che ti proponevi di raggiungere?

Innanzitutto sull’editoria indipendente farei una riflessione: in un momento storico in cui sostanzialmente sta scomparendo una cultura ufficiale, è difficile parlare anche di controcultura. Soprattutto rispetto a 10 anni fa, quando la controcultura era ancora identificata come cultura altra rispetto a quella “egemonica” ufficiale. Raccogliendo alcuni segnali, proprio in questi ultimi giorni, credo che ciò che è avvenuto in quest’ultimo anno possa esser considerato un catalizzatore per la rinascita di un’area di controinformazione e controcultura. E lo dico perché veramente, in risposta a tutti i tentativi di censura che si manifestano proprio in queste settimane, si sta sprigionando una grandissima energia. Personalmente, il libro è uscito a dicembre, anche solo in 4 mesi vedo una crescita di interesse sempre maggiore, che parte da tantissimi canali di approfondimento. Considerando anche come sia stato impossibile organizzare gli eventi collettivi a causa del lockdown. Quando si potranno riproporre potrò testare con mano veramente che tipo di energie ci sono in campo in questo momento. Ma i segnali finora sono risultati positivi.

Nel tuo libro uno dei capitoli più importanti si intitola “1984 in musica”. Ed effettivamente più d’una volta l’opera orwelliana è citata. Personalmente sono un grande estimatore della letteratura distopica, soprattutto “1984” di Orwell. Oggi gli intelletti acuti possono testimoniare il grande cambiamento socio-culturale (non da meno nel livello di standardizzazione/massificazione della popular music proposta nelle classifiche), al che ti chiedo: quanto gli scrittori distopici sono stati “profeti” dell’epoca che stiamo vivendo?

Viene da pensare che siano stati talmente profetici certi scrittori come Orwell e Huxley che viene da chiedersi se in qualche maniera non siano stati usati da certi personaggi come una sorta di manuali delle istruzioni. Perché incredibilmente quello che è avvenuto nell’ultimo anno sembra una messa in pratica di tantissime cose che erano state scritte, preconizzate in questi romanzi. Quindi la differenza tra forme di totalitarismo del passato storico e ciò che stiamo vivendo è in questa adesione alla distopia. La quale secondo me segna un processo soprattutto di disumanizzazione della rete sociale, nel senso che qualsiasi forma di potere, di propaganda nel passato, si era fatta forza anche di una partecipazione popolare. Se io volevo imporre una ideologia mi dovevo basare su un blocco sociale di consenso reale. Ecco, ora attraverso la tecnologia, attraverso i meccanismi di apatia indotta, ci si fonda soprattutto su una forma di passivizzazione della gente. La forza del potere totalitario di tutti i tempi è sostanzialmente l’incapacità di reagire da parte delle persone. E questo è un elemento estremamente preoccupante, perché dimostra che purtroppo le vite umane sono ridotte alla più piena passività. A ciò che Giorgio Agamben ha definito in questi giorni molto correttamente “la nuda vita”.

Ho notato nel quotidiano una specie di livellamento delle opinioni, anche a livello musicale. La musica viene considerata come un abbellimento estetico di sottofondo, il formato canzone è sempre più povero, e non viene incoraggiato l’approfondimento culturale, la ricerca delle radici storiografiche di varie espressioni musicali, anche tipiche del nostro tempo, così come dei decenni passati. Questa cosa viene vissuta come frustrante, nel contesto sociale, da tutti coloro che invece nella musica provano una forte passione (e non da meno gli appassionati del genere Metal, perlomeno quelli che ricercano ancora oggi i vecchi vinili e le storie delle bands più di culto). Nel tuo libro parli dell’amore per il cimento, di una vera e propria disciplina dell’ascolto… pensi sia ancora possibile diffondere queste idee almeno nel cosiddetto “zoccolo duro” di appassionati di musica?

Mah senza dubbio diciamo che qualsiasi recupero della dimensione attiva della ricerca è necessaria in questo momento. Tu parli di una incapacità di immaginare una forma di approfondimento rispetto alla musica che si ascolta. La quale viene vista come una cosa che ci deve piacere istantaneamente, senza tentare alcun ingresso nel profondo dell’area creativa. E’ sostanzialmente la passività di cui parlavo anche prima. Se noi non torniamo partecipi, protagonisti della nostra vita, è evidente che qualunque aspetto dell’esistenza è relegata a quest’area, verrebbe da dire, vegetativa! Nulla ha i contorni della vera passione, della ricerca, della fatica anche. Che sono categorie che oggi spaventano perché si pensa di potere avere a disposizione sempre tutto e subito. Ma al di là del fatto che una cosa del genere è chiaramente un’illusione, anche se ciò fosse vero, se noi davvero potessimo avere tutto e subito, ci accorgeremmo che questa non è una vittoria, ma una sconfitta. Perché il nostro animo, la nostra mente, le nostre passioni hanno bisogno, come dico appunto nel libro, di cimenti, di ricerche, di fatica per essere soddisfatte. Questa idea di bruciare tutto nel momento in cui neanche si immagina una ricerca, un cimento, distrugge il desiderio. Il quale è il motore sostanziale delle nostre azioni, dei nostri progetti. Questo è un errore grandissimo nel momento in cui iniziamo a prendere questa direzione. Con la musica è uguale: pensare che la musica, nella migliore delle ipotesi, debba essere un orpello per divertirsi 5 minuti, per avere un sottofondo piacevole, non ci aiuta, non ci fa guadagnare qualcosa. Piuttosto ci fa perdere una quantità immensa di potenzialità che invece la musica può avere. A livello di evocazione, di individuazione, di processi sinestetici… e tutto questo lo perdiamo. E lo stiamo perdendo per un’illusione, quella appunto del tutto e subito. E’ qui allora che bisogna invertire la rotta, e far capire che è necessario tempo e pazienza. Riappropriarsi insomma della lentezza, nella società del tutto e subito.

Ti porto il mio esempio personale. Faccio parte della cosiddetta Generazione X. Questo mi permette ancora un certo arbitrio nel guardare con occhio “altro” ciò che sta accadendo alle generazioni di “millennials” ed in genere a chi è più giovane di me, così come di dialogare in maniera abbastanza “paritaria” con appassionati di musica di generazioni precedenti alla mia. Oltretutto il mio anno di nascita, il 1975, lo considero abbastanza “maledetto”. Rappresento una specie di “cuspide” tra le generazioni degli anni ’40/primi anni ’70, che hanno visto nascere la musica Rock e Pop come la intendiamo ancora oggi, e coloro che hanno invece vissuto la loro adolescenza a partire dai ’90, che già iniziano a mancare di una certa prospettiva storica sugli, almeno per me, importantissimi anni ’60 e ’70. Da appassionato di Classic Rock / Hard & Heavy, ho svolto fin dalla mia giovinezza una certa fase di “auto-acculturamento” sulla musica che ho avuto la fortuna di scoprire in adolescenza (proprio subito prima che finissero gli anni ’80), le quali lacune ho cercato di colmare fin dai primi anni 2000 grazie alla rete. E nonostante io sia già stato testimone di un brusco cambio di guardia, vedendo che d’improvviso alcune istanze degli anni ’80 (e di retrospettiva dei ’60 e ’70) sono d’un tratto diventate obsolete già durante i ’90, la mia documentazione ancora oggi va avanti. Negli ultimi 20 anni ho beneficiato della rete per le mie cosiddette “ricerche filologiche” sull’Hard & Heavy (ma anche sulla cosiddetta area musicale del “Classic Rock”, come in retrospettiva viene chiamato il Rock delle band Storiche attive tra i ’60 e i ’70 del ventesimo secolo). Effettivamente il Worldwide Web, perlomeno la sua versione 1.0, tra i ’90 e i primi ’00 è stata una miniera di informazioni preziose, ad un tratto istantaneamente condivise con una moltitudine di persone in tutto il mondo. Ciò che mi preoccupa è che ad un certo punto i “millennals”, progressivamente sempre più impoveriti di prospettiva storica, non avranno più lo stimolo di ricercare, di integrare la propria cultura musicale. Potrei teorizzare che ad un certo punto, in un futuro anche relativamente prossimo, la rete potrebbe subire presto delle limitazioni, ma conseguenti alle limitazioni che potrebbero subire precedentemente le nuove generazioni a livello cognitivo, quindi anche il Worldwide Web come veicolo di cultura e di condivisione di informazioni andrebbe a cadere. Questo processo potrebbe essere accelerato anche sulle principali piattaforme streaming, ormai veicolo preferenziale di diffusione della musica, dove il livello qualitativo della musica “imposta dall’alto” è sempre più paurosamente carente. Qual’è la tua opinione in tutto ciò?

La nostra discussione sta toccando temi vicendevolmente molto coerenti. E’ evidente che l’utilizzo della rete che tu mi hai descritto è corretto, la stai usando come strumento di ampiamento di alcune possibilità, che altrimenti ti sarebbero state ben più difficili. Da questo punto di vista la rete è una cosa positiva. Il problema, come tu stesso hai affermato, è che purtroppo per tantissimi individui, soprattutto i cosiddetti nativi digitali, è scomparsa con la tecnologia la volontà di rendersi protagonisti di qualsiasi azione di ricerca, di approfondimento… A questo punto, ciò che per le generazioni precedenti sarebbe stato un disvalore, il farsi dare la pappa scodellata da qualcun altro, ora viene considerata una cosa consolante, tranquillizzante. Pensa al concetto di playlist. Nell’epoca dell’analogico tutti noi facevamo e ci scambiavamo le audio cassette in cui registravamo dei brani preferiti dei nostri percorsi sonori. Così era anche nel breve interregno dei CD masterizzati. Queste erano le nostre playlist. Create secondo i nostri gusti, i nostri ascolti abituali, certe affinità del momento ecc. Ora Spotify è noto perché crea lui stesso le playlist. Quindi alla fine l’ascoltatore non è più protagonista, ma continuamente messo in posizione di passività secondo cui è l’algoritmo che decide. Ora se noi ci rendiamo conto che una cosa del genere è assurda oltre che profondamente castrante, bene. Perché siamo sempre in tempo per rimediare. Il problema è che per molti l’idea che “qualcuno fa per te”, l’idea di delegare la decisione agli altri, appare piacevole e da a molti un senso di tranquillità. Ricollegandoci all’attualità, penso all’assurdità di una situazione che stiamo vivendo ormai da più di un anno, dove l’imposizione di misure liberticide ha comunque raggiunto un consenso popolare, non so quanto vasto ma comunque di grandi dimensioni. Anche questa situazione scaturisce fuori dall’idea di qualcuno che prenda per mano le nostre vite e si prenda cura di noi. C’é insomma una necessità globale di “accudimento” che in questo momento è abnorme, e soprattutto la cosa pericolosa è che questo accudimento (che in sè non ha nulla di sbagliato, pensiamo all’accudimento dei genitori e in generale delle persone che ci amano), viene ricercato però molto spesso nella direziona sbagliata. E questo crea dei guasti a tutti i livelli.

La visione della gigantografia dell’uomo coi baffi che viene esposta ripetutamente in ogni dove nella città di “1984” continua a mostrarsi sempre vivida in me, soprattutto dopo aver ascoltato questi discorsi. Comunque, ora passiamo ad una domanda più direttamente consona al contesto musicale di Giornale Metal. E’ un argomento che sta a cuore a molti metallari. Poiché molta musica Metal ha tratto alcuni dei suoi più riusciti traguardi artistici su immaginari piuttosto “scottanti”, non sempre allegri (vedi ad esempio i Metallica che traendo ispirazione dal romanzo di guerra “Johnny Prese Il Fucile” crearono il loro brano-simbolo “One”). Possiamo ben affermare che il genere Fantastico, Horror, Fantasy così come gli scenari di guerra sono un potenziale narrativo che il Metal ha fatto proprio in decenni e decenni di esistenza. Con il livellamento culturale di cui parlavamo prima, il tipico immaginario narrativo presente nel Metal rischia forse di diventare qualcosa di ancor più “scomodo” nel mainstream, rispetto a quanto non lo fosse già in precedenza. Secondo te, andiamo inesorabilmente verso l’eliminazione di certe tematiche, oppure può esistere qualche “ancora di salvezza” che possa preservare il ventaglio di immaginari tipici del Metal?

Mah, mi verrebbe da dire che come fenomeno di massa (difatti sicuramente la cultura Metal si può considerare a maggior ragione un fenomeno aggregativo di grandi dimensioni, uno dei più prevalenti e preponderanti, specie negli anni ’80 e ’90), il rischio di scomparsa c’è. O quantomeno di finire relegato ad un’area esclusivamente “carbonara”. Perché nell’immaginario Metal c’é effettivamente tutta una serie di elementi che in questo momento sono definibili come “scorretti”. Ora, non arriviamo fino al discorso del Metal estremo, presente ed approfondibile sul mio libro (il capitolo si intitola “Black Metal: frequentare l’infrequentabile” ed è piuttosto illuminante come chiave di lettura di un fenomeno musicale tra i più intransigenti e “negativi” NdA). Ma parlandone in generale, se partiamo dalle fondamenta, il Metal è una forma di “blues bianco” se ci pensiamo bene. Affonda le sue origini nel blues, come d’altronde gran parte del Rock, dell’Hard Rock in particolare. E possiede una sua mitografia profondamente… Occidentale (e per questo oggi considerata sempre più scorretta). Gli immaginari sono abbastanza vari: letterari, cinematografici, anche fumettistici… e tra questi sussiste un certo culto del guerresco, del Guerriero, dell’Eroe, che sono elementi essenzialmente epici, da secoli presenti nella letteratura occidentale, e non solo. Questi elementi si trovano così “travasati” da tempo nell’immaginario Metal. E anche questi sono oggi argomenti… intollerabili per il politicamente corretto. Altri elementi controversi possono essere ad esempio alcune espressioni un po’ “machiste” (ricordo ancora “Pleasure Slave” dei Manowar, NdA), e violente. Possiamo dire che l’Heavy Metal è una di quelle forme musicali che in qualche maniera “sublima” per omeopatia ciò che racconta. E’ evidente che se io ascolto un Canto Gregoriano o un Raga Indiano, in qualche maniera, raggiungo uno stato di catarsi per così dire consequenziale, perché è una musica profondamente spirituale, nel senso luminoso del termine. Però questa catarsi posso anche raggiungerla, in qualche maniera, per opposizione. L’Heavy Metal è uno di questi casi, perché è un genere che in qualche maniera si realizza attraverso questo sfogo “concettuale”. Ed anche fisico, se teniamo presente la pratica dell’headbanging presente in ogni concerto Metal. Possiamo considerarla una danza di origini ataviche che conduce ad una forma di liberazione. Quindi il discorso bacchettone, retrogrado, di chi vede in certe espressioni musicali un pericolo di violenza sociale, soprattuto tra le giovani generazioni, è un discorso molto scorretto. Perché certe espressività servono in qualche maniera a neutralizzare l’ombra che è dentro ciascuno di noi, per dirla con un linguaggio Junghiano. Detta ombra c’è, non puoi far finta che non esista. Devi in qualche maniera accettarla. Devi in qualche modo farla esprimere. Altrimenti poi vai incontro a dei fenomeni di frustrazione. Di “fascino del proibito”, che invece possono essere molto più pericolosi. Esiste una grandissima differenza tra il linguaggio “violento” del Metal e quello, ad esempio, cantato dalla trap. Perché quello della trap è un linguaggio intrinsecamente di frustrazione. E allora lì, sì, ci può essere qualche rischio. Ad esempio di far apparire come normali, e non “eccezionali”, certe espressioni. Il Metal credo che sia da questo punto di vista una sanissima espressione Rock, ed in quanto tale credo che sia a forte rischio, perché come qualunque altro tipo di linguaggio musicale “libero”, è visto oggi con forte sospetto.

A questo punto la discussione prende anche una piega scherzosa. Inizio io con una battuta: credo che se il Thrash Metal (thrash = agitazione) fosse nato nell’Italia medievale, probabilmente si sarebbe chiamato “Meclet Metal” (“Meclet! Meclet!” urlava il diavolo nella fase più confusionaria del cosiddetto “Sabba”, almeno quello estorto dall’Inquisizione alle presunte Streghe). Ma è solo un modo “goliardico” per dire che anche a quei tempi i balli dei contadini (ad esempio le feste campagnole, senza scomodare Belzebù) rappresentano altrettanto uno sfogo collettivo. Antonello prende spunto da questo per ribadire un’altro concetto abbastanza importante.

Eh sì. Ma del resto se ascolti certa musica profana medievale ci trovi dei punti di assonanza con il Metal. Si tratta di una musica realmente scatenata, che ha ispirato persino Carl Orff per i Carmina Burana, tra l’altro. E’ sintomo di una società che era molto “incatenata” e che aveva necessità ogni tanto di scatenarsi.

Ultima domanda. E qui tastiamo un punto dolente, e per me altrettanto “scorretto”. Parto da un aneddoto occorsomi stamattina. Ho visto per caso in edicola alcune riviste musicali, e in copertina: Bob Dylan e John Lennon. Non è cambiato molto rispetto a 20, 30 anni fa. La sensazione forte è che i cosiddetti “miti” del Rock rimangono sempre gli stessi. Così come anche il loro pubblico. Senza alcun tipo di ricambio generazionale. Respiro una certa “autoreferenzialità” sul passato, da parte della cosiddetta Generazione X, che pare tristemente ribadire quanto ormai siano rimasti solo gli idoli degli “anziani” gli unici capaci di dire ancora qualcosa. Pensi che oggi giorno possa vigere una certa mancanza di dialogo con i più giovani da parte della generazione dei “rockettari”, coloro che hanno visto nascere e crescere la musica Rock dei grandi eventi e delle grandi rivoluzioni culturali? Pensi si possa prevenire questo senso di autoreferenziale in cui si sono chiusi gli appassionati attempati di “Classic Rock”, oppure la sparizione degli idoli di una volta assieme ai loro fans è uno stadio forzato a cui dovremo per forza di cose passare, come delle moderne forche caudine?

Al problema che tu segnali, su ciò che è stata già definita “retromania” su un saggio di qualche anno fa, cerco di dare una risposta controcorrente per così dire, e non consolatoria. E’ assolutamente corretto segnalare questo fenomeno, è effettivamente così che sta andando. Il problema è che dobbiamo farci delle domande. Dobbiamo chiederci perché è avvenuto tutto questo, per quale motivo accade questa affezione verso artisti oramai molto vetusti, invece che per musicisti di generazione più recente. Non è solo un discorso qualitativo, che potrebbe essere contestabile ed opzionale. Il discorso sostanziale è che questi artisti del passato sono stati capaci di instaurare, per metterla con le parole di Gramsci, una “connessione emozionale” con le persone. E questa connessione l’hanno instaurata soprattutto presentando delle istanze. Istanze socio-culturali, politiche ecc. ma soprattutto generazionali. Purtroppo al momento attuale una cosa del genere è totalmente assente. Quand’anche vi siano gruppi o singoli artisti che fanno buona musica (e ce ne sono) ma chi è che ha davvero la capacità, la volontà addirittura di interpretare lo spirito del proprio tempo e magari trasformarlo? E’ questo che manca. Ed è per questo che tantissimi sono relegati, almeno principalmente, ad ascolti di tipo “nostalgico”.

L’intervista, estremamente interessante, si conclude con i saluti tra me ed Antonello (ed i suoi a GiornaleMetal.it). Posso solo concludere consigliando il libro di Antonello Cresti, e per chi vuole approfondire, sono disponibili per la vendita (anche su piattaforma digitale) altri interessanti saggi dell’autore. Tra questi, un libro consigliato a tutti gli amanti del Metal e di certe espressività musicali “darkeggianti”, può essere il voluminoso “Come to the sabbat. I suoni e le idee della Britannia esoterica”.

Intervista raccolta da Alessio Secondini Morelli

Tags: interviste
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