Esistono band che scelgono di seguire percorsi già tracciati e altre che preferiscono costruirne di nuovi. I Nightshade appartengono senza dubbio a questa seconda categoria. Da anni il gruppo sfugge a qualsiasi classificazione, mescolando progressive, dark metal, industrial ed elettronica in un linguaggio personale che mette la ricerca artistica al centro di ogni composizione.
In questa intervista rilasciata a Giornale Metal, la band ripercorre la propria storia, raccontando l’origine del nome, il processo creativo dietro In Essence Divided e la filosofia che guida ogni nuova produzione.
Il nome nasce dai Summoning
Il primo interrogativo riguarda l’origine del nome della band, spesso associato alla pianta della belladonna o alla mitologia greca. La risposta sorprende.
«Il nostro nome non ha origini botaniche né mitologiche», racconta Thomas. «È nato dall’EP Nightshade Forests dei Summoning, pubblicato nel 1997. All’epoca eravamo adolescenti e quel disco circolava su cassetta. Ascoltavamo gruppi come gli Iron Maiden e improvvisamente ci trovammo davanti a qualcosa che sembrava provenire da un altro universo, quasi un messaggio arrivato dallo spazio. È stato un autentico punto di svolta e, in un certo senso, ci ha cambiato la vita.»
La creatività non segue schemi
Negli anni la critica ha provato a definire il suono dei Nightshade con le etichette più disparate: avant-garde, progressive, industrial, dark metal. Per la band, tuttavia, il processo creativo segue logiche completamente diverse.
«Non esiste una formula precisa», spiegano. «Una canzone può nascere da un riff di chitarra, da un sintetizzatore o persino da un semplice campionamento. Continuiamo a lavorare sul materiale fino a quando non troviamo qualcosa di realmente nostro. Se un brano inizia a sembrare quello che potrebbe scrivere un’altra band, allora lo cambiamo.»
Per In Essence Divided questo metodo ha portato a composizioni più articolate e strutture decisamente più complesse rispetto al passato.
La sperimentazione come necessità
Uno degli aspetti più originali dell’album è l’impiego della musique concrète, tecnica basata sulla manipolazione di suoni reali.
Thomas racconta come questa scelta sia nata dalla sua passione per Jean-Michel Jarre.
«Mi ha affascinato il ritorno della musique concrète nel suo album Oxymore. Mi sono accorto che nel metal nessuno aveva davvero esplorato questo linguaggio. Naturalmente il nostro approccio è molto diverso, ma abbiamo utilizzato campioni vocali come strumenti musicali, rumori ambientali e persino passi sul cemento trasformati in elementi ritmici. Tutto questo dona un colore completamente nuovo alle composizioni.»
Per la band, la sperimentazione rappresenta una precisa scelta artistica.
«Non avrebbe alcun senso scrivere musica che suoni come quella di qualcun altro. Crediamo che esista ancora spazio per innovare senza diventare incomprensibili.»
Un mosaico di influenze
Ripensando alle radici musicali del gruppo, Thomas ammette quanto sia difficile individuare un’unica fonte d’ispirazione.
«All’inizio il black metal degli anni Novanta ha avuto un peso enorme, ma negli ultimi vent’anni sono successe tantissime cose. Oggi convivono nella nostra musica elettronica, Sisters of Mercy, Morbid Angel, Blood Incantation e soprattutto il progressive rock degli anni Settanta. Se mi chiedi quale sia la logica… probabilmente non c’è», scherza.
Collaborazioni che cambiano prospettiva
Tra gli elementi più apprezzati del disco figurano anche le collaborazioni con Skevent e Sylvain Auclair.
«È stato un viaggio davvero stimolante», raccontano i Nightshade. «Entrambi hanno portato le canzoni in direzioni che da soli non avremmo mai raggiunto. Abbiamo lavorato confrontandoci continuamente, cercando di far convivere il nostro modo di suonare con il loro linguaggio artistico. Con Sylvain abbiamo collaborato interamente a distanza, dal Canada, mentre con Skevent, che conosciamo da anni, è stata la prima occasione per coinvolgere anche Noemie in un nostro disco.»
Il sogno di Abbey Road
La versione digitale dell’album propone anche una speciale edizione di Ov Seas & Seeds, mixata e masterizzata nei celebri Abbey Road Studios.
«Le influenze del brano arrivavano direttamente dal progressive rock degli anni Settanta», spiega Thomas. «Abbey Road era il luogo ideale per valorizzarle. Il risultato è un suono caldo, analogico, molto vivo. Amo quella versione perché conserva anche piccole imperfezioni che la rendono autentica.»
La scelta finale per il resto dell’album è stata però diversa.
«Ci siamo resi conto che non poteva diventare il modello dell’intero disco. Pur avendo grande rispetto per il passato, non sono una persona nostalgica. Preferisco guardare al futuro e cercare di creare musica che abbia ancora qualcosa di nuovo da dire.»
Il live può attendere
L’ultima domanda riguarda inevitabilmente l’attività dal vivo e la possibilità di vedere presto i Nightshade anche in Italia.
«Al momento non suoniamo live», spiegano. «È un progetto sul quale stiamo lavorando da tempo, ma preparare uno spettacolo richiede moltissimo impegno e vogliamo farlo nel modo giusto. Per ora preferiamo aspettare.»
In Essence Divided si conferma così un’opera destinata a chi ama lasciarsi sorprendere, un album che unisce ricerca sonora, tecnica e personalità senza mai perdere di vista l’emozione. Un lavoro che dimostra come il metal possa ancora essere terreno di sperimentazione e innovazione, lontano dalle etichette e vicino soltanto alla libertà creativa.
Intervista a cura di Ilaria Midnightsun per Giornale Metal.
















