Ci sono voluti ben tredici anni per vedere il nuovo album di inediti dei Masterplan e… la montagna ha partorito il topolino.
Premesso che non ho mai apprezzato particolarmente il timbro vocale di Rick Altzi, al quale ho sempre preferito Jorn Lande e Mike Di Meo, va detto che “Novum Initium” (il primo album con lui alla voce) era un gran bel disco.
Qual è il problema di questo “Metalmorphosis” ? In realtà i problemi sono molteplici. Si parte da una produzione meno convincente rispetto agli album precedenti, per arrivare a una qualità compositiva che appare decisamente sottotono: i brani sembrano scarichi di ispirazione, nonostante la band abbia avuto a disposizione diversi anni per lavorarci.
Paradossalmente il disco parte anche molto bene, grazie a un ottimo trittico iniziale composto da “Chase The Light”, dalla super melodica e trascinante “Electric Nights” e dalla sfaccettata e poliedrica “Shadow Man”, tre pezzi che fanno ben sperare sulla qualità complessiva dell’album.
Successivamente, però, arrivano una serie di brani piatti, scialbi e privi di mordente, come “Bound To Fall”, “Pain Of Yesterday” e “Ghostlight”. Fa parzialmente eccezione la title track Metalmorphosis, convincente sotto molti aspetti ma penalizzata da un refrain che non riesce mai davvero a decollare né a lasciare il segno.
Il brano più power dell’intero disco è “Through The Storm”: veloce, piacevole e coinvolgente, ma dà anche l’impressione di essere un filler recuperato dalle sessioni dei dischi precedenti. Considerando che è uno degli episodi più convincenti insieme ai tre brani d’apertura, è evidente che qualcosa non abbia funzionato.
La tanto sponsorizzata da Roland Grapow “The Call” lascia invece l’amaro in bocca. Il pezzo, infatti, non sarebbe neanche male, ma finisce per risultare eccessivamente prolisso. Inoltre, la scelta di affidare alcune parti vocali a una seconda voce (presumibilmente lo stesso Roland Grapow) si rivela davvero infelice: l’interpretazione trasmette una sensazione di lamentosità e, in alcuni passaggi, appare persino stonata. Probabilmente sarebbe stato meglio lasciare l’intero brano nelle mani di Altzi.
Nel complesso ci troviamo di fronte a un disco senza infamia e senza lode, che difficilmente potrà essere annoverato tra i vertici della discografia dei Masterplan. È un album più che sufficiente, ma dopo una gestazione così lunga era lecito aspettarsi uno sforzo creativo decisamente maggiore. Ed è un peccato, perché dal punto di vista tecnico il lavoro è impeccabile: la band suona alla grande e Roland Grapow regala, come sempre, assoli di chitarra di altissimo livello. Purtroppo, però, tutto questo non basta.
Speriamo vada meglio la prossima volta, magari con una reunion insieme al singer originario Jorn Lande.
Voto: 6,5/10
Stefano Gazzola
















