Band nata e diventata famosa ad inizio carriera per la presenza sia di Liv Kristine Espenæs, ex-frontwoman dei Theatre of Tragedy (e tra le prime soprano in contesto doom/gothic metal) che per quella dell’ex-marito e leader degli Atrocity, Alexander Krull, la band tedesca si è subito inserita nel filone del metal sinfonico/gothic-melodic con doppia voce, che aveva vist la sua esplosione proprio agli inizi degli anni ‘2000.
L’abbandono della Espenæs nel 2018, in favore dell’attuale singer femminile, Elina Siirala, ha sicuramente reso la produzione della formazione teutonica ancora meno originale e più standardizzata, inerentemente ai canoni del genere, facendo scemare interesse di critica e pubblica verso la creatura di Krull e soci.
Questo nuovo EP, ‘Songs of Darkness’, sfortunatamente, non aggiunge molto di nuovo alla comunque nutrita discografia del six-piece di Ludwisburg, la quale aveva toccato i suoi picchi nei primi tre lavori ‘Lovelorn’, ‘Vinland Saga’ e ‘Njord’.
Va premesso che la qualità ed il mestiere nell’esecuzione, produzione ed arrangiamento, è di tutto rispetto e, sicuramente, il lavoro di chitarre Ewert e Gebhardt, assieme alla voce e tastiere di Krull, è gradevole all’ascolto: pezzi come ‘Roots Eternal’ oppure ‘Hall of the brave’ sono di buon impatto agli amanti del genere. Sfortunatamente, la brevità del lavoro ed anche il suo attaccamento a stilemi del genere, ormai molto sfruttati, lo rendono prevedibile dopo un primo ascolto ed anche gli amanti più accaniti del filone non potranno negare quella deludente sensazione di già sentito e risentito, nonostante un impeccabile confezionamento.
Il punto principale di questo EP, ma un po’ dell’ultima parte della discografia dei Leaves’ Eyes, è stato il cambio di voce femminile e non per demeriti tecnici di Elina. La voce della cantante finnica è di primo livello ma molto melodica in senso classico e, inserita in una struttura musicale che era nata per fare da supporto al timbro etereo e rarefatto della Espenæs, dà al contesto sonoro un che di prodotto eccessivamente standard e banale, proprio per l’assenza di quella particolare amalgama che si era creata tra la parte strumentale, la quale era al servizio di una voce onirica che richiamava visioni arcane, sfuocate dalle nebbie del sogno.
Tutto questo, con la voce della Siirala, come si può sentire anche nella title-track del mini, non avviene, dato che abbiamo una prestazione basata su una corposa e classica interpretazione melodica di un metal gotico/melodico dalle tinte sinfoniche.
Si aggiunge a tutto questo, un songwriting senza guizzi creativi particolari, una sorta di compito ben impostato e ben eseguito; in altre parole, dall’artigianato creativo si è passati all’efficienza della catena di montaggio o, se preferite, dal ristorante stellato alla ristorazione da franchising.
Il tutto per un tranquillo ascolto di prevedibile abilità compositiva.
Andrea Evolti
Voto: 6















