Non ricordo se è stato l’algoritmo di Instagram o quello di Bandcamp a suggerirmi la musica di Riley Finch: ricordo solo che mi trovavo alla fermata di un treno che avrei dovuto prendere pochi minuti prima e che avevo perso a causa del traffico; avrei dovuto dunque attendere il successivo, previsto dopo un’intera ora, e in questi casi Bandcamp è spesso il mio migliore amico.
Un primo piano di donna in copertina, una foto in bianco e nero, e il nome della cantante: nulla più per l’album di debutto dal titolo “Only When You Come”. Ho ascoltato l’anteprima delle canzoni e il sound mi aveva convinto (ne parlerò a breve), dunque proseguii ad acquistare il disco, che tuttavia ho avuto modo di ascoltare per bene qualche giorno più tardi. Nel frattempo mi ero messo a cercare informazioni, foto, interviste, notizie su questa cantante, ma su internet non si trova nulla: solo immagini statiche su Instagram e Youtube, di qualità telefono quando non modificate con IA. Ammetto, dunque, che per un momento ho pensato si trattasse di un progetto fittizio realizzato interamente tramite intelligenza artificiale… di questi tempi non ci si sorprende più di nulla. Ho deciso così di contattare direttamente la cantante, esponendo sfacciatamente i miei onesti dubbi: la sua risposta diretta ed estremamente esplicativa, unita alla descrizione dell’album presente sulla pagina Bandcamp mi ha consentito di tracciare un profilo generale di questo progetto e ne farò dunque solo un brevissimo riassunto.
Tutte le dieci canzoni che compongono l’album sono state scritte da Riley e arrangiate da lei assieme al suo patrigno (proprietario anche della sala di registrazione) e ad altri amici, che hanno collaborato con lei per la realizzazione. Non ama i social e la pubblicità e dunque ha voluto pubblicare “Only When You Come” più per sfogo personale che per scopo di lucro. L’album parla di esperienze di vita, di una storia d’amore tossica finita molto male e della ripresa dopo aver toccato il fondo. I brani ondeggiano tra la presa di coscienza del proprio trascorso, dei propri limiti e delle proprie illusioni (You Used Me Like a Drug, Last Fucking Mistake, Deep End), del baratro più oscuro e delle ricadute (You Don’t Love Yourself, My Own Undoing), fino alla rinascita e al rinvigorimento della propria dignità lacerata (My Own Flame, You’ll Never Fuck Me Again). Il genere musicale spazia nei vari meandri dell’alternative rock, del nu metal, del post grunge, dell’emo-core, dell’indie rock: le canzoni sono tutte a metà strada fra delle mid-tempo e delle power ballad e ognuna di esse ha picchi di aggressività e discese più dolci e sebbene la struttura di base sia la stessa, ogni capitolo di questo disco suona diverso dagli altri e risulta facilmente memorizzabile non solo per le melodie ma anche per i testi: incisivi e diretti, brutalmente descrittivi e con ben poco spazio dato alle metafore. Ci sta tutto perfettamente: si parla di traumi, si mostra il proprio lato vulnerabile e le ferite aperte e tutta la forza che è servita per riprendersi, non ci si può e non ci si deve nascondere dietro a un dito.
Parlavo prima degli arrangiamenti e del genere musicale trattato, ora dovrei ovviamente spendere qualche riga per la protagonista dell’album stesso, Riley Finch: la sua voce è perfettamente a suo agio in tutte le canzoni e fluttua con magistrale naturalezza dai toni bassi a quelli alti, da melodie soavi allo screaming più convincente. Se inizialmente ho pensato (e me ne pento) ad un progetto creato con IA è stato anche perchè un talento del genere è di solito appannaggio di artisti con almeno quindici di esperienza alle spalle. Il suo timbro sfiora le vibrazioni tonanti alla Florence And The Machine o le urla gutturali di Sandra Nasic (Guano Apes) o persino Masha Scream (Arkona), senza disdegnare i passaggi un po’ più pop-rock alla Alanis Morissette. Riley dispone anche di un’estensione vocale non indifferente e di una dizione praticamente perfetta, senza alcun accento ad appesantirne la pronuncia: le liriche colpiscono nel segno e si fanno capire e memorizzare immediatamente, complice anche l’intelligente cadenza delle linee vocali a valorizzarne i punti più importanti (assoluto capolavoro, sotto questo aspetto, è “You Used Me Like A Drug”). Al termine delle dieci tracce vi è anche una cover di “You Oughta Know” della sopracitata Alanis Morissette, ed è inutile che vi dica che è una degna conclusione per un album ricco di picchi e assolutamente di nessuna caduta, nessun rallentamento.
Davvero incredibile che un album di debutto, peraltro autoprodotto, possa rasentare l’eccellenza assoluta. Sarebbe grandioso poter ascoltare le canzoni di “Only When You Come” in sede live, ma capisco bene che servirebbe una formazione stabile, grandi investimenti da farsi, senza contare che si tratta di canzoni che parlano di vita vissuta e dunque capirei benissimo se Riley Finch decidesse di non volerle commercializzare in questo modo, anche perchè mettere in mezzo delle case discografiche potrebbe in qualche modo edulcorare o comunque inquinare il messaggio originario che si voleva portare. Per il momento dunque brindo ad uno degli acquisti migliori fatti su Bandcamp quest’anno, un vero investimento di buona musica che non delude in nessuna sua parte.
Voto: 9/10
Francesco “Grewon” Sarcinella
















