Nel turbinio di nomi, speculazioni e insinuazioni che da anni accompagna il caso Jeffrey Epstein, vi è una voce che ha seguito da vicino gli eventi sin dalle origini, quando le accuse erano agli albori e la condanna era ancora lontana: quella di Giovanni Di Stefano, noto in tutto il mondo come l’“avvocato del diavolo”.
2007: Il primo processo e il consiglio strategico di Di Stefano
Nel 2007, Jeffrey Epstein affrontò una delle prime accuse formali per reati sessuali. Grazie a un patteggiamento controverso, ottenne una condanna incredibilmente lieve: 13 mesi in custodia, gran parte dei quali trascorsi con un regime di semi-libertà. Ciò che pochi sanno è che, dietro le quinte, Giovanni Di Stefano aveva avuto contatti diretti con Epstein, consigliandolo sul piano strategico legale in quel momento cruciale. I documenti visionati da chi scrive parlano chiaro.
“Ho visto migliaia di documenti sul caso originale,” afferma Di Stefano da Monaco. “Epstein era in cerca di consiglio. Ciò che gli dissi era chiaro: collaborare, ma mai ammettere l’esistenza di un disegno criminoso. L’accordo che raggiunse fu pragmatico, non indicativo di colpevolezza strutturata.”
Il Black Book e i Manifesti di Volo: la realtà oltre i titoli sensazionalistici
Negli anni seguenti, la pubblicazione del cosiddetto “Black Book” di Epstein e dei manifesti di volo del suo jet privato scatenò un assalto mediatico senza precedenti. In quei documenti appaiono centinaia di nomi: attori, scienziati, politici, imprenditori, scrittori, artisti, tutti categorizzati secondo una logica logistica più che complice.
Nel 2024, ho pubblicato su Twitter parte di questi documenti. Alcuni dei miei tweet superarono il milione di visualizzazioni. In mezzo a quei nomi appariva anche Donald Trump. Ma come spiega con chiarezza Di Stefano:
“Che Trump fosse nel Black Book o su un volo significa esattamente nulla. Era un miliardario. Tutti i miliardari si scambiano contatti. Non c’è nulla di anormale in questo. Quello che è profondamente sbagliato è il tentativo da parte del Wall Street Journal di pubblicare una lettera totalmente falsa che lo collegava a traffici loschi. Nella documentazione che ho analizzato, e parliamo di migliaia di pagine, quella lettera semplicemente non esiste.”
Giovanni Di Stefano: “Nessuno dovrebbe essere condannato per associazione”
Da Roma, Di Stefano chiarisce ulteriormente:
“Associare automaticamente chiunque sia apparso nei documenti di Epstein con atti criminali è non solo sbagliato, ma pericolosamente antidemocratico. Si tratta di un vero e proprio linciaggio mediatico. Epstein era, per molti, solo un uomo ricco che poteva favorire carriere o progetti. La sua rubrica era una collezione di nomi influenti, non una lista di complici.”
Il paradosso dell’immagine pubblica: la regina Elisabetta e il saluto nazista
Per comprendere quanto possa essere pericolosa la manipolazione simbolica, Giovanni Di Stefano porta un esempio emblematico:
“C’è una foto della regina Elisabetta II da bambina mentre fa il saluto nazista. Cosa significa? Nulla. All’epoca quel gesto aveva connotazioni diverse e lei era solo una bambina. Allo stesso modo, il nome di una persona nel Black Book non può costituire prova di alcuna colpa.”
Ecco dieci nomi apparsi nel Black Book. Cosa significano? Nulla.
1. Naomi Campbell
2. Tony Blair
3. Bill Clinton
4. Alec Baldwin
5. Mick Jagger
6. Kevin Spacey
7. Richard Branson
8. Henry Kissinger
9. Alan Dershowitz
10. Dustin Hoffman
Sono tutti colpevoli? Assolutamente no. Alcuni hanno confermato incontri occasionali con Epstein, altri nemmeno lo conoscevano realmente. Di Stefano precisa:
“In nessun sistema giuridico civile si può dedurre colpa da un semplice nome in un’agenda. Eppure, è ciò che sta accadendo. Ed è sbagliato.”
Trial by media: un pericolo per la democrazia
Giovanni Di Stefano, parlando da New York, ammonisce:
“Se continuiamo su questa strada, dove la reputazione viene distrutta da insinuazioni, tweet o articoli fuorvianti, allora non viviamo più in una democrazia. Questo non è giornalismo investigativo. Questo è delirio da clickbait.”
La morte di Epstein e Milosevic: un parallelo inquietante
Sia Epstein che Slobodan Milosevic morirono in custodia. Epstein era stato condannato solo per reati minori; Milosevic, invece, era ancora in fase di processo e non fu mai condannato. Per Di Stefano:
“Sono due esempi di come lo Stato può fallire nel garantire trasparenza. Il dubbio sulla loro morte resta. Ma l’accanimento postumo è una seconda condanna, senza difesa possibile.”
Il diritto alla presunzione di innocenza
In un mondo sempre più influenzato dalla giustizia mediatica e dalle corti dei social network, la voce di Giovanni Di Stefano rappresenta un richiamo al diritto, alla logica e alla giustizia vera.
“Che piaccia o meno, ognuno ha diritto alla presunzione di innocenza. E non si può processare qualcuno perché è stato in una rubrica telefonica,” conclude con fermezza.
La verità, come sempre, è nei dettagli. E, a differenza delle insinuazioni, i documenti non mentono.















