Questo è un disco difficile da recensire, per chi, come me, ascolta metal dal 1980. Infatti, per chi è molto più giovane, sentire lo speed metal old school dei Martyr costituirà una piacevole novità, visto che “Planet Metalhead” propone sonorità legate al passato, sia pure sempre attuali e esaltanti. Per me, è qualcosa di datato e , anche inconsciamente, superato, pur essendo gradevolissimo.
Per venire a noi, i Martyr sono dei veri difensori della fede, come direbbero i Judas Priest e propongono uno speed metal o comunque un heavy metal classico, come si concepiva nel 1982 quando questo combo olandese ha iniziato la sua attività musicale, anche se la vera reunion, che ci porta ai giorni nostri, è datata 2009.
Un impegno molto discontinuo, quindi, che ha portato alla realizzazione di soli 5 album in quarant’anni di vita, ma che ha sempre creato un alone di simpatia e autorevolezza per questa band che ora si presenta spesso su diversi palchi europei e orientali, come dimostra il “Live in Japan”, uscito nel 2019 e registrato al True Thrash Fest di Osaka.
“Planet Metalhead” è quindi un disco che ci riporta indietro nel tempo, ma che propone musica attualissima. Si parte con l’inno-manifesto “Raise your horns, united” che potrebbe sembrare un brano ingenuo, ma che invece, anche guardando il lyric-video realizzato in questi mesi, è esattamente quello che spinge questi olandesi, ovvero l’amore per il metal, la condivisione di valori importanti fra tutti quello che hanno lo stesso sentimento, a fare musica.
I baluardi di questa fede sono i membri originali : il cantante Rop Van Haren e il chitarrista Rick Bowman, ma tutta la band si esprime ad alto livello e anche la produzione è ottima.
“Church of steel” è un brano old-school heavy metal, ricorda certi passaggi dei primi Maiden, “Diary of a sinner” propone una prestazione vocale di Van Haren di tutto rilievo, alla Rob Halford, su una serie di riff tanto classici quanto intriganti. Sullo stesso tenore l’ottima “La Diabla !” una speed-song di classe, con gli assoli di coppia di twin guitars davvero esaltanti. “No time for goodbye” è meno tirata e assume un aspetto multiforme, grazie anche a una voce femminile che modifica il quadro sonoro. Uno spunto epico giunge da “Fire of rebellion” in cui si parla di battaglie di metallo e il riff consolida questa sensazione, mentre “Wings in a darkened soul” è una ballad arpeggiata con un coro che ha qualche spunto progressive, nel contesto di un disco molto orientato. Molto belle e intense “Demon Hammer” e “Children of the night” che rappresentano la parte migliore dei Martyr e la giustificazione della loro presenza oggi, nel 2022, a pieno titolo nel mondo heavy metal.
Voto: 8/10
Massimiliano Paluzzi
















