A qualche mese di distanza da una specie di bootleg ufficiale di quattro pezzi, denominato “The Curse” esce questo disco piuttosto strano, con diversi strumentali, di questo trio argentino.
Sono toni cupi, opprimenti, che qualcuno ha definito come la colonna sonora ideale di una nazione che ancora deve completamente riprendersi dalla spaventosa crisi economica di qualche anno fa e dalle sue conseguenze.
Classificati come stoner-doom, a mio avviso è preponderante la prima categoria, anche a causa di un chitarrismo sulfureo, figlio diretto dei maestri del genere, ma di sicuro emerge il grande cuore che caratterizza l’impegno musicale dei tre argentini.
Si comincia con “Hell on earth”, che presenta un bel riff e una cavalcata chitarristica dove la componente psichedelica e stoner è particolarmente evidente. “The Curse” è probabilmente il brano più “leggero” del lotto, anche se non si tratta certo di una canzone allegra.
La voce del cantante e chitarrista Martin Ludi è registrata e proposta in un modo molto particolare, come provenisse dallo stesso inferno, evocato dal titolo. Arriva da lontano, probabilmente è filtrata da qualche macchina del passato e assume una connotazione cupa quanto il resto dei brani.
Il wah-wah imperversa nella strumentale “El Diablo” che è seguita da un altro brano senza il cantato, “Blue shift” che si sviluppa intorno a una inattesa chitarra acustica che sembra davvero buttata là senza collegamenti con le altre partiture.
Dopo questi due brani arrivano i 9 minuti di “Trapped down” e si ha davvero la sensazione di essere intrappolati in qualcosa di soprannaturale. Sorprende l’ascoltatore la parte centrale del brano con una sequenza che vede intrecciarsi una musica acustica a un lungo assolo di una chitarra straziante per la tristezza che evoca .
“La soga” è un classico tuffo all’indietro in pieno stile stoner che prelude alla conclusiva “Dangerous”, brano più lento, dove la psichedelia ne costituisce la trave portante, con lunghe pause strumentali e un cantato appena accennato.
Un disco quindi molto particolare, che al primo ascolto potrebbe sembrare quasi amatoriale per il suono che esce all’esterno dei diffusori. I successivi ascolti, invece, mi hanno fatto ricredere e comprendere che l’atmosfera cupa è l’obiettivo dei Sahara, gruppo che non arriverà mai al grande pubblico, ma certamente da ascoltare almeno con curiosità e con una predisposizione al pessimismo che è il mood dell’opera.
Voto: 6,5/10
Massimiliano Paluzzi
















