Ha un sapore retrò il quinto album da studio dei greci Star.Gate, gruppo che annovera molti nomi conosciuti della scena metal ellenica, non certo l’elite del metallo europeo, ma comunque composta di personaggi importanti con la stella George Kollias, batterista clamoroso che suona nei Nile e in altri progetti importanti a livelli mondiale di death metal e non solo.
Tornando agli Star.Gate, la musica è un hard rock melodico che talvolta è assimilabile al power metal. Componente importante è la tastiera, suonata da Sakis Bandis , con un suono che non sembra proprio un hammond, ma ci si avvicina molto, conferendo appunto quell’alone anni 70 che non è sgradevole, accoppiato come è a una chitarra, manovrata da Anthimos Manti, che propone spesso lunghi assoli, peraltro ben calibrati e modulati.
Compositore e mente di tutto il progetto è il bassista Kostas Domenikiotis e questo spiega l’intro “Unbroken” che è di fatto tutta incentrata su questo strumento, spesso oscurato anche in produzioni importanti, con il famoso e clamoroso caso legato a “And justice for all” di Metallica e Jason Newsted.
Il gruppo, che sembra giovarsi del nuovo innesto, il cantante Vassilis Papadoupolos, che proviene dai Konan, dimostra di saper suonare e il disco scorre senza particolari sussulti ma nemmeno grandi cali di tensione. “Unbroke diamonds” si riallaccia all’intro e propone un power metal melodico vagamente neoclassico, influenza che si ritrova in “Christmas Night” che ha un ritornello abbastanza facile da memorizzare e un lungo e articolato assolo. “Believe” richiama alla parte più melodica dei Rainbow, con un lungo assolo e una tastiera di fondo molto suggestiva.
Gli altri brani si muovono su questi territori come “Don’t think about tomorrow” che suscita una buona atmosfera, mentre “Sunlight” accentua il lato melodico della proposta musicale di Star.Gate con un sorprendente finale dai toni new age. Il mood di Micheal Schenker Group si affaccia in “I’ll wait for you” dove la chitarra e le tastiere disegnano le giuste melodie e si innestano su una base ritmica interessante.
Il finale del disco è decisamente più orientato al prog, citato nella breve biografia del gruppo, ma fino a questo momento non particolarmente evidente. Invece il violino di “Diamond Dust”, per un pezzo che addirittura presenta il mandolino nella sua conclusione e “The Tree” , hard rock dinamico che si sviluppa in modo lineare e poco evoluto ma su trame progressive.
In conclusione un disco che si ascolta bene, che non fa impazzire dal punto di vista dell’innovazione, ma che conferma che la comunità del rock può proporre buona musica a tutte le latitudini.
Voto: 6,5/10
Massimiliano Paluzzi















