Ragazzi benvenuti su Giornale Metal!
Dario: Grazie!
Simone: Ciao Sonia, un saluto a tutti i lettori metalheads!
Davide: Ciao Sonia, ciao a tutti!
E’ appena uscito “Chaos Lord”, vostro nuovo disco per Punishment 18 Records. I Drakkar non si fermano neanche in piena pandemia…Come ci si sente a far uscire un disco in un momento in cui non si può promuoverlo senza live ?
Davide: L’album è pronto dallo scorso anno, ma abbiamo preferito posticiparne l’uscita proprio a causa della pandemia, per non rinunciare alla possibilità di promuovere il nostro lavoro tramite delle date dal vivo. Nella nostra ingenuità speravamo che bastasse un anno per liberarci di questo incubo, ma purtroppo siamo ancora nella stessa situazione…
Simone: La cosa è strana perché è anche la prima volta che mi capita di non avere sottomano le copie per poter soddisfare chi desidera che gliela consegni a mano, il che è un po’ frustrante. La promessa è che appena si sbloccherà tutta la situazione non solo recupereremo con il merchandise (che Dario sta comunque egregiamente gestendo senza problemi a distanza, con gli ordini online tramite Bandcamp) ma ci troveremo per discutere come affrontare al meglio la promozione di Chaos Lord che, grazie anche al buon responso della critica e del pubblico, ci permetterà di avere una buona coda di interesse anche per i mesi a venire. La speranza è di vederci quanto prima per i live!
Il cambio di etichetta da My Kingdom Music a Punishment 18 ha influito molto sul risultato finale del disco? La mia impressione è che rispetto a “Run With The Wolf”, “Chaos Lord” sia molto più tirato e meno melodico…
Davide: Condivido la tua impressione, “Chaos Lord” anche alle nostre orecchie risulta più diretto e meno sinfonico. Il cambio di etichetta, però, non ha influito. Fortunatamente siamo sempre stati liberi di esprimerci secondo i nostri gusti ed il nostro stile è leggermente cambiato grazie al fatto di avere una nuova formazione che ha portato nuova linfa creativa. Il fatto di avere 2 chitarre, inoltre, ha contribuito non poco a rendere il nostro sound più granitico.
Una line – up quasi totalmente rinnovata. Rusconi, Gritti e Ferru sono le new entry che vanno a comporre i Drakkar attuali. Come vi siete trovati a lavorare con nuovi musicisti come loro ?
Davide: Ci siamo trovati benissimo! Ognuno ha un background differente e con il suo stile ha portato nuove idee nella band. Inoltre, ora abitiamo tutti abbastanza vicini e questo ci ha permesso di suonare molto più spesso in sala prove, luogo indispensabile per il confronto diretto durante la scrittura dei pezzi.
Dario: Abbiamo sviluppato un ottimo rapporto di collaborazione con i nuovi membri, direi che erano anni che non avevamo una line-up così coinvolta nella stesura dei pezzi dal punto di vista del songwriting. Tutti hanno dato il loro contributo. In particolare, senza nulla togliere agli altri ovviamente, devo dire di trovarmi alla grande con Simone, che è sempre molto presente con le sue idee, suggerimenti, feedback, riff… ci integriamo alla perfezione, un po’ come succedeva con il vecchio tastierista, Corrado, ai tempi di Razorblade God e When Lightning Strikes. Fa piacere avere un partner di scrittura così presente e costante.
I Drakkar hanno appena festeggiato i 25 anni di attività. Sicuramente un traguardo non da poco, siete ormai considerati una band storica del nostro Metal. Avete dei ricordi o aneddoti particolari di questi anni che volete raccontare? E com’è cambiata la scena da quando avete iniziato?
Dario: 25 anni sono sicuramente un bel traguardo, e in un genere come il metal, dove una lunga militanza sulla scena aiuta a guadagnare credibilità agli occhi dei fan, valgono ancora di più. Abbiamo fatto tante cose di cui siamo orgogliosi, pur non raggiungendo mai il livello di altri nostri connazionali che hanno esordito nel nostro stesso periodo e che probabilmente erano più pronti, all’epoca, di quanto non lo fossimo noi, che avevamo tanta passione ma zero esperienza. Ecco, se c’è una cosa di cui sono veramente contento, è l’aver fatto sempre dei passi avanti: credo davvero che i Drakkar siano migliorati disco dopo disco. Riguardo a come è cambiata la scena, beh, direi che è cambiata totalmente. Una volta, registrarsi da soli un album non era possibile, servivano investimenti ingenti che solo una label poteva garantirti. Adesso, è tutto molto più “democratico”, con i vantaggi e svantaggi che questo comporta. Da un lato, la possibilità di perseguire la propria visione artistica in maniera più indipendente: ad esempio, i nostri dischi degli ultimi anni sono tutti di nostra proprietà e, scaduta l’esclusiva alla label, possiamo farne ciò che vogliamo, mentre i dischi fatti con Dragonheart all’epoca non sono nostri e non possiamo farci nulla; dall’altro, il fatto che non ci sia più il filtro delle etichette ha fatto sì che il mercato sia stato saturato totalmente, e anche dei bei lavori faticano a farsi ascoltare perché gli appassionati sono sommersi di produzioni nuove ogni giorno.
Avete sempre avuto con un’attitudine più prettamente “teutonica” o estera e non italiana viste le vostre influenze musicali e il vostro sound. Qual’ è la differenza principale fra il modo di percepire il Metal da noi e fuori dai nostri confini? In Italia abbiamo sempre improvvisato…
Simone: Penso che purtroppo da noi ci sia ancora troppa tendenza a vivere il mondo metal in due direzioni estremamente opposte. Da una parte ci sono i “TRVE” defenders che si reputano i veri custodi di quello che la musica deve essere (e guarda caso non deve mai staccarsi da canoni risalenti a quarant’anni fa, e guai a lanciarsi in nuove scoperte e sperimentazioni). Dall’altra ci sono i faciloni, coloro che vivono un po’ di apparenza. Che sono più interessati a tutto quello che ruota attorno al fenomeno metal. In sostanza più cultura pop che musica. Se fai la scelta equilibrata di vivere in maniera matura e adulta qualcosa che è sbocciato in gioventù, portandolo avanti tutta la vita, significa che hai trovato la strada giusta per la tua proposta. Passione e non ossessione. Divertimento e non lassismo.
Dario: Noi abbiamo sempre guardato alla scena tedesca semplicemente perché i nostri gusti erano allineati con quel tipo di metal, roccioso, quadrato, che non rinuncia mai alla melodia e che tende a essere molto diretto e potente. Sicuramente rispetto alla media dei gruppi italiani del genere siamo sempre stati molto meno progressivi e più legati a una dimensione immediata e di chiara derivazione rock, più che classico/sinfonica. Anche quando avevamo tastieristi in formazione, la nostra musica è sempre rimasta prevalentemente chitarristica.
Riagganciandomi alla domanda precedente, devo dire che una cosa che è cambiata molto in Italia, e in meglio, è la qualità delle produzioni. Ai tempi dei nostri esordi era quasi impossibile trovare produttori/fonici che capissero di metal in Italia. Adesso abbiamo figure affermate anche a livello internazionale come Alessandro Del Vecchio e Simone Mularoni, e dietro a loro tanti altri professionisti come il “nostro” Mattia Stancioiu capaci di fare un lavoro impeccabile. Oggi come oggi i dischi italiani di hard rock e metal hanno finalmente delle produzioni adeguate al contesto del genere.
ll messaggio di speranza che avete voluto trasmettere con i pezzi presenti in questi nuovo disco, vi rende onore. Possi citare brani come “Horns Up” ad esempio, un vero inno al Metallo. Come vedete il futuro della Metal in Italia quando finirà la pandemia?
Simone: Ammetto che non sarà facile recuperare una scena già in difficoltà prima della pandemia, ma come diciamo in “Firebird”, occorre risorgere dalle ceneri del Vecchio Mondo! Personalmente credo che chi non perderà la speranza di sostenere la propria vita con la musica che amiamo tutti noi, starà già facendo passi da gigante e sarà capace di coinvolgere ancora più in fretta chi si sente già finito e spento. Parlo di tutta la filiera coinvolta, dagli artisti e gestori di locali, fino a chi diffonde le notizie e naturalmente il grande pubblico che ascolta. Siamo immersi in una realtà che non deve essere più di comodo ma di sostanza. Ora quando vedi una luce nel buio, sicuramente brilla ancora di più.
Avete delle band della scena Heavy – Power attuali anche giovani che apprezzate particolarmente ? Io per esempio posso citarvi gli Eternal Champion che recentemente hanno fatto uscire un ottimo disco come “Ravering Iron”…
Simone: Tra le tante band che ascolto e che ho scoperto nel genere, direi sicuramente i Visigoth! Riescono a coniugare stilemi radicati con la loro freschezza giovanile, senza avere timore di proporre il tutto con un timbro della voce insolito per i canoni del genere ma di assoluto effetto. Solo per dirne alcuni e restando strettamente ancorati all’heavy-power, band relativamente giovani come Adamantis, Possessed Steel e Warrior Path. Bonus per citare i Dark Forest (che hanno anche influenze folk) perché meritano davvero tanto. Questi sono solo la superficie di una scena estremamente viva che va sicuramente conosciuta e apprezzata!
Dario: Ai nomi citati da Simone aggiungerei anche i Sacred Outcry, gruppo greco che può ricordare i nostri Domine, e i canadesi Unleash The Archers, che sono forse i meno underground del lotto dato che incidono per Napalm e hanno un grosso seguito. Ecco, gli UTA forse rappresentano il mio gruppo power metal “moderno” ideale, perché non si limitano a riproporre i canoni stilistici degli anni ’90, ma li integrano in una proposta molto al passo coi tempi sotto tutti i punti di vista.
L’intervista termina qua, vi lascio con un saluto ai nostri lettori!
Dario: Grazie a tutti quanti i fan del classic power metal che ci hanno sempre supportato, e grazie a Giornale Metal che ci ha sempre trattati con grande affetto e rispetto. Rock on!
Simone: Grazie a tutti per il supporto! Speriamo di vederci al più presto con qualche concerto, non vediamo l’ora di scatenarci!
Davide: Grazie a tutti, quando ci ritroveremo sarà bellissimo! Ora e sempre Horns up!!!
Sonia Giomarelli















