“Ricordate il passato solo se potete costruirvi qualcosa” – Domenico Estrada
Tra i tanti generi che costellano la galassia del Rock ce n’è uno molto significativo che fin dagli albori si è sempre distinto (creando grandi contrasti di pensiero) per una continua esplorazione in termini stilistici, tecnici e tematici. Che si arrivi dal rock classico, dal jazz, dalla fusion, dal metal, dal pop ecc…se tutto prende una forma che sottintende un mix creativo e di continua ricerca, beh quel genere è il Prog. In Ogni sua forma e incarnazione la bellezza del genere, in continua evoluzione, da la possibilità di avere musica articolata e fresca, ma con uno sguardo (in senso metaforico) a un passato che, più viene approfondito e più proietta in avanti le nuove leve. La ricchezza di un filone di pensiero così strutturato (perché è molto più di un genere, bensì uno stato mentale) sta nel fatto che “un primo ascolto” esiste solo in senso fisico, ma del tutto irrilevante alla fruizione dell’opera. Questo perché il Prog è un corpus sonoro stratificato, analogamente a quello che fece Rembrandt con le velature o Rothko con i colori nel campo della pittura, il Progressive è costituito da livelli sonori sempre più fitti e articolati a seconda della bravura dell’artista, ecco perché ha bisogno di ascolti più approfonditi per coglierne i dettagli. Una delle terre madri del genere è l’Inghilterra…e proprio da Lincoln, nel East Midlands, che arrivano i LUNA’S CALL con questo Void. Primo album full-lenght edito dalla grande etichetta francese Listenable Records, le 8 tracce proposte seguono un filo conduttore unico che porta l’ascoltatore nei meandri del Prog Metal, passando dal Death Metal Tecnico fino ad arrivare ai lidi del Progressive Rock. Il rispetto per i grandi maestri del genere (Camel, Gentle Giants, Kansas, Rush) è presente come un Comandamento, ma vi è un approccio più moderno debitore a quelle band assolute, che negli ultimi 15 anni hanno rimodellato i canoni del genere. La band inglese deve molto nel riffing agli Opeth del periodo di Damnation/Ghost Reveries o nei cori ai monumentali Haken di The Mountain, a tratti il “nervosismo” tecnico mi ha ricordato gli impressionanti Watchtower di Ron Jarzombeck.
Brani lunghi e articolati, cambi di tempo fulminei, tempi dispari, un basso che struttura e non solo accompagna, una batteria multi ritmica, cori e voci arrangiati come dei veri e proprio strumenti al servizio di brani. Il tutto fortificato da un aspetto che in tanti tralasciano ascoltando le nuove leve: “Il Pezzo”, l’incisività del brano, che rimane nella mente degli ascoltatori.
Disco Mixato e Masterizzato dal grande Russ Russell (At The Gates, Dimmu Borgir, Amorphis, Napalm Death) che crea una produzione curata e potente, livelli bilanciati e cristallini, chitarre e batteria perfettamente incastonate nel mix, lo spettro sonoro è talmente ampio che si possono sentire senza un minimo di perdita di potenza dai passaggi più estremi a quelli più eterei.
Menzione particolare a titoli come Merced’s Footsteps, Locus, Signs e i nove bellissimi minuti della conclusiva Fly Further Cosmonaut.
I Luna’s Call hanno la padronanza tecnica e la “knowledge” per portare di un tassello avanti la capacità del genere di reinventarsi e proporre nuove soluzioni stilistiche, ma con il Rispetto che ogni allievo deve portare verso i maestro.
“Senza eroi siamo persone comuni e non sappiamo quanto possiamo andare lontano” – Bernard Malamud
Voto: 8/10
John Sanchez















