Il nome 1782 deriva da una scelta ben definita dei fondatori della band ovvero l’anno in cui si sarebbe formalmente assassinata l’ultima donna “rea” di esser “strega” tramite processo (anche perché nei primi del 1800, 1835 se non erro, in Valsesia venne uccisa una donna a calci e pugni definita strega da alcuni popolani particolarmente superstiziosi che vennero poi arrestati e processati per omicidio per futili motivi).
In ogni caso il trio isolano fa uscire il secondo lavoro, preceduto nel 2019 da un esordio omonimo, uno split con gli Acid Mammoth (agosto 2020) questi per Heavy psych sounds; e prima ancora un singolo “She was a witch” sempre nel 2019 per electric valley records.
Riff granitici e rallentati, strumenti particolarmente saturi e malevoli, una vocalità interessante e particolarmente evocativa a completare il tutto.
Le canzoni sono piuttosto lineari, con stilemi piuttosto rodati e ben comprensibili da subito. Forse troppo… Vi sono alcuni passaggi che sembrano delle ripetizioni forzate persino per un genere come il doom.
Il mixing degli strumenti è fatto in modo ottimale; rende il tutto in modo pulito, seppure vi si trova una malia ed un “grezzo” tipico del doom, ma a differenza di altre uscite il “less is more” è funzionale e soprattutto non vi è alcuna formula per “rendere il tutto non amalgamato” o peggio con code di piatti che invadono l’udito.
Forse avrei preferito un pochino più di volume alla voce, che risulta più bassa e meno chiaramente percepibile rispetto agli strumenti, che avrebbe giovato sia per la miglior resa che per un miglior approccio all’ascolto.
Curiosa la presenza di un organo a metà, quasi, del lavoro; il quale aumento il senso di oppressione e di malia che la composizione ha.
“Black void”, la traccia di cui sopra, la opener vera e propria “The choosen one” che la traccia che la precede è un intro non dei meglio riusciti purtroppo, “Priestess of death” e “In requiem” che chiude l’album ed è anche praticamente uno strumentale se escludiamo i vocalizzi tra il primo ed il secondo minuto. Come sempre scegliete le vostre tracce preferite appena avrete questo album e valutate quanto si distaccano da quelle che vi ho scritto poco sopra.
Secondo lavoro, e concludo, di questo trio sardo piuttosto interessante. Certamente non sono i sette brani, più l’intro, una novità assoluta e devastante; sicuramente è un buon lavoro che ha delle potenzialità e degli spunti interessanti per un proseguo della band. Varrebbe forse la pena di ragionare durante la fase di arrangiamento di: ridurre i giri, per non far perdere l’appeal, ed inserirne di altri se si vuole a tutti i costi avere tracce dal minutaggio particolarmente importante; oppure in alternativa ridurre semplicemente il minutaggio delle tracce. Anche perché “se una rondine non fa primavera”, non sono sei minuti o più che fanno la traccia doom.
Voto: 6/10
Alessandro Schümperlin















