Da Bordeaux arrivano i Carcolh con il loro secondo album “The life and works of death”, preceduto da “Rising sons of saturn” del 2018, a dare una palese manata in faccia a tutti a colpi di rallentati, di sonorità quasi psichedeliche e parecchio seventies.
La band pur essendo francese da un rimando palese ad un doom tipicamente inglese(chi ha detto Black Sabbath? Chi Cathedral?); la cosa bella è che la band non copia dalle band di cui sopra, ma ha un suo proprio appeal al doom, un proprio personalissimo gusto e metodo compositivo.
Alcuni rimandi possono semplicemente ricordare ma vi assicuro che questi sei brani sono una creatura indipendente e “vagante” per il mondo.
Sei tracce per quasi un’ora di discesa nelle tenebre e nel clangore della tristezza dell’uomo e della sua caducità. Atmosfere plumbee; arrangiamenti solenni ed allo stesso tempo ipnotici. Chitarre corpose, cupe e allo stesso tempo affilate dove serve e una sezione ritmica granitica e monumentale. Il basso, deo gratias, si sente benissimo e si percepisce distintamente non solo nei momenti in cui ha più spazio, ma in tutte le tracce e non fa solo da collante con la batteria, ma è una mannaia aggiuntiva sulla testa dell’ascoltatore.
Interessante anche il fatto che vi siano dei cori “non convenzionali” fatti prendendo toni sotto la voce principale, il che accresce ancor di più la gravità e la grevità delle parti.
Nota a margine per le parti tecniche chi ha messo mano a questo lavoro è Raph Henry presso Heldskalla Studio per registrazioni e mixing e quindi affinato da da Benoît Roux al Drudenhaus Studio (Anorexia Nervosa, Witchthroat Serpent) per il mastering.
Le tracce da proporvi sono: “From dark ages they came” che apre l’album, “The blind goddess” il brano più lungo e seppur così prolisso non si perde in nessun caso e lascia una certa malia sullascoltatore obbligato a sentire fino alla fine il brano; la spettacolare “Aftermath” che da una visiona trasversale della band al termine doom portando melanconia e introspezione con delle orchestrazioni, fatte con un synth sicuramente, ed un basso appena accennato che fa in modo di far appoggiare la voce in modo più semplice alla melodia orchestrale. La conclusiva “Sepulchre” magistrale litania che chiude, in tutti i sensi, questo lavoro.
In conclusione un album dai suoni azzeccatissimi, metodologie compositive rodate, ma non scontate; arrangiamenti e scelte da mixer magistrali che rendono questo secondo lavoro un punto molto alto della band transalpina. Il tutto ben gestito dall’inizio alla fine, senza alcuna pecca grossolana. Se i Carcolh decideranno di continuare su questa strada, sicuramente avranno un futuro luminoso.
Voto: 9/10
Alessandro Schümperlin















