A volte si arriva con grande attesa all’ascolto di un album per la recensione-articolo…e il caso per me è stato il vedere in un primo pomeriggio al ritorno dalla pausa pranzo nella redazione di GiornaleMetal.it un disco lì sulla mia scrivania…mi è bastato vedere la copertina di Roger Dean, come sempre unica e stupenda, per capire di chi era il disco.
Il logo con quelle lettere arrotondate era quello che tanti anni fa mi fece innamorare del Progressive Rock…risentivo nella mia mente i primi album della band…quel sunto di meravigliosa musica progressive con i suoi grandi protagonisti che poi andarono a loro volta a far parte di altri straordinari gruppi e progetti…penso ai primi due bellissimi album solisti di Wakeman o a Bruford che entrò in quella creatura mistica denominata King Crimson.
La band di cui stiamo parlando sono gli Yes…forse una delle più grandi band di Progressive Rock mai esistite.
Ma immaginiamo per un attimo di avere una macchina del tempo e di tornare al 26 novembre del 1968, è il Farewell Concert alla Royal Albert Hall della super band Cream, sono due le due giovani band a supporto della data: i Taste dell’immenso Rory Gallagher e una giovanissima band Progressive…gli Yes.
Se qualcuno al tempo avesse immaginato che quella band avrebbe negli anni successivi venduto vagonate di dischi con canzoni articolate, cambi di tempo e lunghi testi al limite del mistico…credo che nessuno ci avrebbe scommesso mezzo pound…
Ma da allora la band ha percorso 52 anni…i membri fondatori ora non fanno più parte della formazione…ma rimane sempre quel filo conduttore che tra alti e bassi si è sempre mantenuto…lo stile, la voglia di creare panorami sonori unici ed eterei, il tutto condito da una tecnica musicale al servizio della Musica.
Ecco quindi che arriviamo a The Quest, il nuovo album degli Yes…disco che alcuni addetti ai lavori hanno ingiustamente bistratto, ma io devo essere sincero non lo trovo assoluto un cattivo lavoro, anzi è la conferma che a certi livelli musicali il prodotto è sempre di ottima fattura. Gli Yes con questo The Quest si portano su ambienti sonori più “morbidi”, i pezzi non sono eccessivamente lunghi o articolati e questo non è un fattore negativo…
La band ha 50 anni di carriera sulle spalle…in che modo o perché dovrebbe riproporre la “formula” di Starship Trooper, I See You, Roundabout o Heart of the Sunrise…che senso avrebbe se non riportare discorsi musicali già affrontati?
La band con questo album si porta a una fase dove fa quello che sente di fare e suonare in piena libertà…”assottigliando” i minuti, semplificando le trame strumentali, scrivendo melodie delicate e arrangiando i pezzi con grande maestria sia nelle orchestrazioni sia nei cori che, chiaramente, ricordano quelli di Jon Anderson…ma sennò che album degli YES sarebbe?
Ecco perché chi ha stroncato o storto il naso all’uscita dell’album, forse, ha perso di vista l’essenza stessa del Progressive Rock…che è pura, indissolubile e sincera: Libertà.
E fedeli alla loro libertà e a quel senso di vero e puro divertimento (d’altronde è “Play” in inglese) i nostri Steve Howe, Alan White, Geoff Downes, Billy Sherwood e Jon Davison scrivono un album scevro da influenze post-moderne di stampo Metal (che vanno tanto per la maggiore nel Prog di oggigiorno), lontani da soluzioni retoriche che porterebbero la band solo a ripercorrere per l’ennesima volta strade che, forse, farebbero felici i fan della band, ma non i fan degli Yes. E questo anche se sembra un controsenso è alla base del rispetto profondo che tutti noi amanti della libertà musicale che band come la loro ci hanno donato, dobbiamo nei loro confronti e nei confronti di noi stessi, che mai dobbiamo scordare che la Musica è un mix di sensazioni e forme espressive.
Cito solo alcuni brani del disco che forse meritano più di altri, il duo iniziale composto da The Ice Bridge, Dare to Know e le finali (del cd 1 di 2), Music to My Ears (di una delicatezza e di una semplicità strabilianti) e A Living Island dove il cerchio dei temi delle canzoni con l’illustrazione della copertina, si chiude.
Spesso al cospetto di queste grandi band non bisognerebbe aspettarsi musica “innovativa”, cercando quel guizzo di genio puro che fu di Close to The Edge…quelli erano altri tempi, la società era diversa e questi grandi artisti filtravano in modo differente il mondo che li circondava.
Il nuovo album degli Yes andrebbe ascoltato con quella curiosità che aveva il pubblico che affollava quella data di fine novembre del ‘68, di sentire cosa aveva da dire per un’ora circa quella band: simbolo di creatività musicale, ecco perché la forma con la quale ci stupiranno sarà sempre diversa…proprio perché alla base del Progressive Rock c’è e ci sarà sempre la Ricerca…per l’appunto: The Quest.
Voto: 7,5/10
John Sanchez















