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VV.AA. – Mister folk vol 9

VV.AA. – Mister folk vol 9

Label: Autoproduzione

Nono capitolo della compilation da parte di Mister folk, che periodicamente riunisce realtà folk metal, ed affini, principalmente di terra italica, ma troviamo e va detto per onestà intellettuale e completezza d’informazione anche band olandesi, francesi, finniche, danesi e scozzesi .
in questa compilation, quindi, troviamo: Dyrnwyn, :NODFYR:, Sorcieres, Poropetra, Aexylium, Duir, Vittoria “Jinko” Nagni, Bloodshed Walhalla, Celtic Hills, Hand Of Kalliach, Vansind, Apocalypse, Stormbreker, Grendel, Juha Jyrkas.

Ovviamente la recensione sarà una track by track, cosa che mi piace poco ma essendo compilation con differenti stili e differenti anime non mi posso esimere e di conseguenza sarà parecchio lunga.

Partiamo quindi con i nostrani Dyrnwyn che fanno un folk metal con vaghi rimandi in stile Furor Gallico e con testo in italiano; ho fatto quel paragone, perché mi ricordano i Furor dei primi tempi per appeal e per foga. Interessante il loro approccio al pentagramma e le scelte di campo, aggiungendo al classico death delle parti in flauto e dei cori corposi, anche se suppongo che siano cori derivati da synth e/o VST; quantomeno questo è ciò che emerge ascoltando il brano.

Nodfyr, dall’Olanda, hanno un approccio più “scandinavo” e doom. Troviamo un tempo rallentato di batteria che viene accompagnato da una voce profonda, teatrale e pulita a cui si affiancano degli arpeggi, suppongo di arpa, e una chitarra di fondo che porta la distorsione a circa la metà del brano; da li scatta la furia ancestrale di un blastbeat che spiazza per alcuni secondi e porta di nuovo al tempo rallentato e quindi di nuovo ad un cambio di tempo, doppio questa volta perché c’è un “preludio” al secondo blastbeat che ci accompagna al finale. Testo in scandinavo(deduco dal titolo), seppur la band è olandese.

Sorcieres, band francese, che apre con dei violini ed una produzione quasi cristallina per loro; formula che mi ricorda in alcuni passaggi sia gli Elend che gli Haggard, a cui si affianca uno scream rabbioso ed una sezione ritmica un pochino troppo “acuta”. Brano interessante che permette di sentire le abilità del bassista in punti. Qui il testo è in francese e prende una sfumatura più malevola. Ottime le lavorazioni con gli archi, il composto è lineare ma ha dei picchi veramente interessanti.

I finnici Poropetra propongono un lavoro che comincia in modo differente dal solito: vocalizzi profondi quasi simili al cantato gutturale mongolo e/o tibetano a cui fanno seguito una serie di strumenti tradizionali (percepisco delle percussioni assortite, una mouth arp, degli archi non definiti, sospetto un kantele ma non sono sicurissimo, e una bombarda). Diciamo che abbiamo in ascolto un brano praticamente medioevale. Avessero curato un pelino meglio la post produzione, perché gli strumenti si perdono un pochino in un magma sonoro e si perde parte della forza di questo brano ci sarebbe un brano spettacolare. Spiace perché l’idea e l’attitudine ci sono, ma è mancato un pochino la post produzione.

Aexilium, italici, che si propongono con un brano a cavallo tra il folk metal “classico” ed il power con un cantato in growl possente. Ottime le scelte degli strumenti a fiato, le orchestrazioni ed i cori; per unpiacere personale avrei dato più spazio agli archi nel mezzo del composto e non solo verso la fine e delle piccole apparizioni ad inizio, ma è un piacere personale non una mancanza della band. Riscontro nella loro attitudine un certo feeling con gli Eluveitie e le scelte di arrangiamento invece si avvicinano più al power moderno. Testo in inglese in questo caso.

Duir altra band italiana, che propone un brano più vicino al pagan. Testo in italiano cantato in scream su un composto che non da spazio al fiato dell’ascoltatore; tolti i primi secondi di “acclimatamento” parte una batteria a rullo compressione. Incredibilmente, o forse dovrei dire per fortuna, seppur il loro è metal estremo il basso si sente bene e fa bene il suo mestiere di collante con la batteria. Verso il centro del brano stacco semi acustico con flauti e una voce narrante roca e rabbiosa che sfocia in un urlo nuovamente in scream che fa rientrare la batteria e quindi la rabbia ancestrale, parzialmente mitigata dalla continuità dei flauti.

Vittoria “Jinko” Nagni propone un brano più atmosferico, synth, piano e voce canta un brano melanconico e sognante. Sotto un certo aspetto mi ricorda vagamente, molto vagamente, Emily Autumn per la malia che porta con la voce e con il pianoforte. Avrei forse fatto un paio di scelte differenti di post produzione, principalmente sulla voce, per dare ancor più pathos al brano. Resta comunque una proposta assolutamente di alto livello e certamente ottima come posizione nella compilation.

Bloodshed Walhalla, band italiana conosciuta anni fa al tempo del loro primo demo, propone un lavoro che trasuda rabbia e forza bruta. Il problema, se vogliamo, di questo brano è che l’epicità e la sua forza si diluiscono nella lunghezza dello stesso e lo andrò a spiegare tra poche righe. Troviamo per cui delle orchestrazioni e dei synth che sono in primo piano ma non risultano invasivi; si affianca una batteria minimale ma interessante ed un cantato tra il roco ed il growl. Il brano è il più lungo della compilation, ed entriamo nelle note dolenti, supera i 15 minuti. Ammetto che forse avrebbero potuto “risolvere” il brano con alcuni minuti meno, perché bella la potenza ottima la rabbia, ma ad un certo punto ci si accorge che il tutto viene riproposto per troppo tempo come se la band non sapesse quando è il momento di finire un brano oppure, consiglio spassionato, creare e trovare degli stacchi o dei cambi di tempo più consistenti che spezzino una situazione che potrebbe risultare monotona.

I Celtic hills, anche loro italiani, partono con una cavalcata di chitarra e batteria a cui si affiancano un cantato in growl ed un basso appena percepibile. La proposta prende ispirazione dall’heavy classico, con le chitarre che fraseggiano tra loro, che si incastrano e si intersecano e svolgono un buon lavoro; forse la scelta di tenere così tanti alti nelle registrazioni è scelta stilistica ma stride leggermente con una batteria anch’essa senza troppi bassi ed un basso che a conti fatti si sente che prova a mettere lui almeno le “basse”. Alla voce oltre al growl troviamo un filtro, oppure hanno ri registrato con un’equalizzazione più bassa, che in alcuni punti spunta come voce mefistofelica che supporta la voce principale. Curioso che nel finale il canto venga fatto in pulito e con una specie di coro a raddoppio.

Hand of Kalliach, scozzesi, aprono il brano con arpa e synth ed è un preludio di una voce cristallina ed eterea che ci culla per alcuni momenti fino a che non entrano delle percussioni ed una seconda voce che sussurra ciò che la voce femminile sta cantando in modo soave. Ma arriviamo ad un climax di rabbia e furia dato da una voce cavernosa ed ancestrale maschile che irrompe con una rabbia primordiale supportato da una sezione ritmica devastante e il brano prende una forma differente. Troviamo un aumento di bpm e l’innesco di atri strumenti quali chitarre e basso oltre che alla già menzionata batteria e la presente arpa. Altro brano estremamente corposo e ottimamente proposto sotto ogni aspetto.

I Vansid dalla Danimarca propongono un brano senza mezzi termini. Brutale inesorabile e distruttivo. Chitarre affilate come asce batteria incessante e basso corposo. In tutto questo abbiamo la doppia voce, maschile in growl profondo e femminile in pulito ed evocativo. Testo in danese e con sapore parecchio alla amon amarth con l’aggiunta di una voce femminile a confezionare questo assalto sonoro senza via di scampo. Ottime le scelte di post produzione e di equalizzazione.

Seguoni gli Apocalypse, dall’italia, che propongono un brano che comincia con bordate di basso, batteria synth e cori; a questi si affiancano inesorabili chitarre distorte e chitarre acustiche e fin qui tutto bene; il problema su questo brano è il cantato e le scelte di post produzione dello stesso. La scelta vocale è una specie di roco, ma senza mordente ed in un paio di vocalizzi pare che il cantante faccia fatica a tenere quella nota e arrivi quasi a strozzare le vocali che vuole tenere lunghe. Inoltre l’effetto di eco e di riverbero gestite in quel modo amplificano la percezione di questa sofferenza del cantante nel tirare quelle note. Dispiace perché il presupposto di un brano bello massiccio ed epico ci sarebbe anche, ma la voce così sforzata e poco curata nella post produzione rende il tutto claudicante. I cori poi che dovrebbero dare un supporto alla voce principale non aiutano anche in relazione del fatto che non sono coesi con la voce principale.

Altra band olandese: gli Strombreker i quali partono da un mood quasi doom a cui aggiungono delle orchestrazioni interessanti ed un riffing ottimo. La voce è bassa, melodica e teatrale che viene affiancato in alcuni punti da una voce femminile molto intrigante. La loro proposta è parecchio particolare seppur assolutamente in linea con il concetto di folk, specie quello scandinavo, e porpongono un brano di media lunghezza che fa l’occhiolino a materiale di fine anni ’90 norvegese, MA ci mettono il loro personale gusto. Anche in questo caso cantato in lingua nativa. Ammetto che non mi è chiaro fino in fondo se tutti gli strumenti sono suonati in acustico o se sono principalmente synth, ma poco importa, specie se il risultato è così ben curato ed ottimamente proposto

Altra band italiana i Grendel, che fanno sfoggio di una capacità non comue con le chitarre che, il tutto si amplia agli altri strumenti. Un brano che accoglie capacità tecniche, rabbia e acume nelle scelte di gestione post produttive non comuni. Un brano che ha al suo interno una rabbia; espressa dalla voce quasi sempre in scream, tranne una parte con duplice passaggio tra voce distrota e pulita, e dalle cavalcate dalle batterie a cui fa seguito il basso e le chitarre. Persino nelle parti di arpeggi non c’è riduzione del bpm e della precisione quasi chirurgica. Una manata in faccia senza mezzi termini. Brano che si avvicina più al pagan ed al death black ma che è ottimo sotto ogni aspetto.

La compilation si conclude con Juha Jyrkas dalla Finlandia ed è una chiusa puittosto buona. Troviamo un violino che fa la parte principale, a cui si affiancano una chitarra acustica ed una percussione particolarmente metallica, quasi fosse un martello che colpisce qualcosa in lontananza. Troviamo quindi due voci una femminile melodica ed una maschile che con un mezzo sussurro, quasi maligno, racconta qualcosa in finnico (come per altro in finnico è il cantato femminile) e fa da contr’altare alla bellezza della voce femminile. A circa tre quarti del pezzo la cosa cambia: aumento del tempo, aumento da parte degli strumenti e delle percussioni ed il sussurro maschile diventa più rabbioso ed alza leggermente il tono, fino ad arrivare verso la fine a urlare la rabbia che ha in corpo. Un pezzo estremamente evocativo e folk in tutti i sensi.

Concludendo direi che è un lavoro interessante, con alti e bassi. Certamente ci sono delle perle di livello altissimo ed altri leggermente più basse ma complessivamente è un lavoro che si fa ascoltare molto bene. Aggiungo che è un lavoro in free download, quindi sia le band che chi ha curato l’uscita l’hanno fatto con l’intento di piacere per la musica e di far sentire il proprio lavoro anche fuori dai propri confini. Direi che vale la pena ascoltare e supportare le band che troverete più interessanti in questo album.
Per I più curiosi la tracklist è:

01. Dyrnwyn – Sentinum
02. :NODFYR: – Mijn Oude Volk
03. Sorcières – Les Yeux Verts
04. Poropetra – Sinisulka
05. Æxylium – Yggdrasil
06. Duir – Essere Dio
07. Vittoria “Jinko” Nagni – Lullaby Of Woe (The Witcher cover)
08. Bloodshed Walhalla – The Prey
09. Celtic Hills – The Slamming Of 1000 Shields
10. Hand Of Kalliach – Beneath Starlit Waters
11. Vansind – Den Farefulde Færd
12. Apocalypse – I Died By Mountainside
13. Stormbreker – Overzee
14. Grendel – Spirit
15. Juha Jyrkäs – Honkajuurella Asunto

Voto: 7.5/10

Alessandro Schümperlin

Tags: mister folkrecensione
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