Gli Stone Temple Pilots sono stati più volte additati come i cugini poveri del grunge, ma non ho mai capito il perché. Certo del “Seattle sound” furono quelli che portarono a casa meno fama degli altri, ma la nomea che in tanti, troppi, gli appiopparono continuo a non capirla.
Scott Weiland, il frontman fino al 2012 con allontanamenti e reunion, è venuto a mancare nel 2015 due anni dopo cica averlo allontanato nuovamente dalla band, più o meno con le stesse caratteristiche di base degli altri suoi colleghi quali: Cobain e Staley.
Detto ciò la band ha continuato comunque a comporre, ma ha inciampato, purtroppo per loro e per Bennington, in un altro lutto dato che Chester Bennington, che era entrato con loro nel 2013 facendo uscire un singolo e poi un EP, muore anche lui e di conseguenza la band ha avuto un nuovo stop.
La band ha deciso quindi che Jeff Gutt d,ei Dry Cell, poteva essere il loro nuovo frontman ed entra nella band nel novembre del 2017; permettendo a loro di proporsi nel 2018 con un album omonimo (quasi a esorcizzare un album di 8 anni prima sempre con lo stesso nome ma con Weiland alla voce).
“Perdida” il nome del nuovo lavoro con lui alla voce si fregia di essere il primo loro album acustico di inediti; di fatto la band punta a dare una nuova immagine di se, abbandonando certi stilemi del loro passato andando a raccogliere le eredità di un folk rock prettamente americano.
Bello per altro, ma particolarmente destabilizzante per chi voleva sentire gli STP di nuovo carichi di rabbia e di grunge; è palese quello che queste dieci tracce vogliano essere per la band: la voglia di cercare spazi radiofonici più consoni, e magari un pochino più commerciali, che possano in qualche modo far risorgere dalle ceneri la fenice di San Diego. Non male la voce di Gutt ma non ha grinta, vuoi anche per la tipologia di composizioni fatte, le composizioni sono, come già scritto, parecchio prevedibili e non hanno guizzi particolari.
A livello puramente empatico ed emotivo devo dire che l’album non è dei meglio riusciti. Capisco l’acustico, capisco il voler provare a ripercorrere la via del 93 del “Unplugged” ma questi quaranta minuti sono piuttosto pesanti da digerire. Un album praticamente di sole ballads è pesante da assorbire se non siete nel mood tristezza andante.
“Fare thee well” e la successiva “Three wishes” potrebbero già bastare per darvi il senso delle mie parole; ma volendo procedere in ordine rigorosamente sparso direi che “Sunburst”, “I didn’t know the time” con arrangiamenti di flauti che si troveranno anche in altre tracce come “She’s my queen” e “Miles away” con le orchestrazioni presenti per arricchire.
Gli Stone Temple Pilots si rifanno vivi dopo 2 anni con questo lavoro che a mio personalissimo avviso spero sia un solo capriccio di sorta, perché se fosse il loro nuovo “new deal” direi che tutti i fans di vecchia data se li perderanno molto velocemente.
6/10
Alessandro Schümperlin















