Musicista inglese trapiantato in Svezia, Steve Dalton si è affacciato sul palcoscenico musicale mondiale nel 2016 con il monicker Steel City, affiancato all’attivissimo Alessandro Del Vecchio alla voce. Sulla base di questa esperienza, Dalton ha cominciato a scrivere materiale che trova ora collocazione in “Primitive”, disco d’esordio di questo chitarrista e polistrumentista che propone un hard rock melodico con sfumature varie, con una ricerca di idee nuove e un set di gradevoli brani che raramente risultano scontati.
Dal punto di vista dell’atteggiamento, del look e dei testi proposti, Dalton pare il nuovo Ted Nugent europeo, visto che punta molto sul suo essere selvaggio. Una somiglianza non troppo musicale, visto che il boogie-rock del personaggio di Detroit non è uno stile che possiamo trovare in “Primitive”.
Dalton suona tutti gli strumenti, in modo ottimo, avvalendosi di tre cantanti : il brasiliano Raphael Gazal, che interpreta 7 brani ed è anche il produttore del disco che suona molto bene , lasciandone due al piuttosto noto David Saylor e Ross Griggs, entrambi inglesi.
Il livello compositivo è molto buono, pur non essendoci un hit che possa fare sobbalzare dalla sedia. I brani scorrono veloci e se c’è un denominatore comune abbastanza riconoscibile, Dalton tenta strade particolari, come nel brano che mi ha colpito più di altri “Salomè, Usurper” dove il polistrumentista fa un’operazione che ricorda a grandi linee la straordinaria “Egypt” di Ronnie James Dio. In comune i due brani hanno l’incedere epico, con un finale davvero trascinante che la rendono il brano a mio parere da ascoltare subito per entrare nel mondo di Steve Dalton.
La chitarra è la grande protagonista , sia in fase ritmica che solista, ma anche la tastiera e i suoni elettronici accompagnano con classe la sei corde. Il tono generale è comunque orientato alla melodia , come nella azzeccata “Bloodstained”, dove questa caratteristica viene esaltata. Si cerca anche l’orecchiabilità di certi passaggi vocali, come in “2020”, oppure la bonjoviana “Road to redemption” che ha tratti da arena rock, molto fruibile dal vivo. Lo scivolamento verso l’aor di compie con “Listen to the wiseman”, molto brillante e moderna con un fraseggio chitarra-tastiera davvero notevole.
Un bel disco, indubbiamente, per una casa discografica che lavora con attenzione e che ha immesso sul mercato diverse proposte interessanti.
Voto: 7,5/10
Massimiliano Paluzzi















