Billy Corgan in questo ultimo periodo ha sfornato la bellezza di quattro lavori nel giro di tre anni: due da solista e due con gli Smashing Pumpkins.
“Cyr”, l’ultimo lavoro della band, uscito il 27 novembre scorso e risulta sotto un certo aspetto come secondo capitolo del precedente “Shiny and Oh So Bright, Vol. 1″ del 2018. Diciamo che siamo di fronte alla quasi totalità della vecchia, e storica aggiungo, formazione dato che nel 2018 rientrarono: James Iha e Jimmy Chamberlain. L’unica assente è la bassista D’Arcy Wretzky, con la quale, da quello che ci è dato sapere non si siano mai placati gli antichi dissapori e di conseguenza “ogniuno per la sua strada”.
“Cyr”, come alcuni altri lavori della band, è un’opera massiccia: è un album con un totale di 20 tracce, preceduto dall’uscita di ben otto singoli, per un totale di oltre un’ora di musica a cavallo tra elettronica, pop, rock e il suono SP.
Il disco è stato interamente prodotto dallo stesso Corgan; quindi le ricerche sonore così sintetiche sono scelte sue e completamente autonome.
Fa strano sentire un album in cui drum machine e synth sono gli strumenti centrali, insieme alla voce di Billy ovviamente, rispetto alle chitarre, batteria e basso tipiche della band.
Pur avendo segnalato tra le fonti di ispirazione Siouxsie and the Banshees, Sisters of Mercy e Joy Division, Corgan non convince fino in fondo nella scelta scevra da potenziali mosse commerciali, vista la nuova moda verso suoni e sonorità tipiche anni 80 dello scorso secolo che attanaglia molte band rock e pop.
Il mix electropop con il cantato di Corgan non è male, ma va ammesso che in alcuni casi le frequenze di lui si mischiano troppo con i synth. Devo dire che più avanti si va nell’ascolto e più pare che gli Smashing pumpkins si siano fatti delle poderose dosi di Depeche mode e che abbiano avuto delle “Dritte” da Gore, Gahan e Fletcher su come e cosa fare coi synth. La produzione è parecchio alta, ovviamente, nemmeno da dirlo.
“Ramona”, “Anno satana”, “Adrennalyne”, “Cyr” che è titletrack, “The hidden sound”, “Wyttch” che riporta parzialmente alle sonoritàtipiche della band e con una malia spettacolare, “The colour of love”, “Minerva” e “Purple blood” potremmo dire che sono i brani che più di altri possono rappresentare questo lavoro così corposo, ma va detto che in venti tracce ci potrebbero essere altri brani che potrebbero essere particolarmente interessanti per voi.
Pochi mesi fa hanno dichiarato di voler realizzare il seguito di “Mellon collie and the infinite sadness” e “Machina”, ma sicuramente con questo “Cyr” non ce l’hanno fatta. Di certo siamo di fronte ad un lavoro corposo, interessante ma non un capolavoro. Forse in qualche modo questo album però segna una certa qualsivoglia rinascita e una certa forma di “uscita” dal vortice negativo che dopo “Machina” li aveva agguantati.
Voto: 7/10
Alessandro Schümperlin















