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Rust, dall’album Urstoff ecco il secondo estratto Graylight Contoured

Rust, “Urstoff è il punto di arrivo di un lungo percorso di esplorazione artistica ed emotiva”

"Crediamo che la musica dei Rust, con il suo ventaglio di influenze disparate e di strutture articolate, possa offrire molto a chi cerca un album da ascoltare e riascoltare con attenzione, scoprendo di volta in volta nuovi dettagli"

Siete appena usciti sul mercato discografico con un nuovo album in studio, potete presentarlo ai nostri lettori?

Urstoff è il punto di arrivo di un lungo percorso di esplorazione artistica ed emotiva (iniziata prima ancora che Lord Jotun si unisse al gruppo), la summa di un periodo tanto fecondo quanto impegnativo e, allo stesso tempo, le fondamenta sulle quali poggerà il futuro dei Rust da qui in avanti.
Per quanto riguarda il progetto abbiamo scelto Urstoff come titolo dell’album che deriva dal tedesco e sta ad indicare “materia primordiale” o “primigenia”
La ruggine sia in senso letterale (il metallo), sia dal punto di vista retorico è cosa ben radicata nell’uomo e ha permesso alle culture di evolversi ma anche di non abbandonare mai la consuetudine primordiale di cullarsi nella propria tristezza e di farne un vero e proprio elemento creativo e autentico. Basti pensare allo spleen baudelariano che ha caratterizzato la cultura a venire. Urstoff è così dal punto di vista retorico l’ossidazione dell’anima che si avvale di un susseguirsi di immagini nitide e sfocate, stati d’animo che oscillano tra la follia e la sobria disperazione, paesaggi sterili a tinta unica, paesaggi lugubri di anime dolcemente naufragate e sottosuoli dove regna l’indicibile.
Regna un dualismo nel quale i momenti più tesi risolvono in note più tenue per comporre un cerchio, il ciclo della stabilità cosmica. Lo stesso universo o lo sfondo dell’universo ha in fondo un’unica componte: Il nero.
E’ questa l’idea che ha mosso la creazione, l’immaginazione e la composizione di tale intervento musicale.

Lord Jotun: A distanza di qualche tempo dalle registrazioni mi sento di dire che è un ritratto fedele ed esauriente delle nostre emozioni, delle nostre influenze e dei nostri obiettivi dell’epoca, che non sono molto diversi da quelli odierni: musica ricca di atmosfera e sfumature, istintiva nel linguaggio e ricercata nella forma, sempre al servizio di quello che intendiamo esprimere.
Nick:

Come è nata la vostra band e quali sono le vostre origini?

La Band nasce nel lontano 2003 sotto il monicker October Rust dalle ceneri dei Lesmathor band prevalente Black Metal per poi proiettarsi con l’arrivo di Eldran su lidi più melodici, malinconici, atmosferici e più Progressive.
Registrammo con tale line-up il promo demo Dusk Promenade nel 2004 per poi sciogliere la band per motivi personali nonostante fossimo alla lavorazione del primo album.
Comincia pertanto come citato inizialmente un periodo di innumerevoli esperienze personali di ciascuno di noi in diverse realtà musicali la cui summa porterà spontaneamente al processo di Urstoff.

Come è nato invece il nome della band?

Il nome della Band verrà ripristinato una volta deciso di terminare ciò che era stato interrotto anni addietro omettendo October. Ci serviva un termine più diretto e semplificare in Rust fu cosa spontanea.

Ci sono delle tematiche particolari che trattate nei vostri testi o vi ispirate alla quotidianità in genere? Che peso hanno di conseguenza i testi nella vostra musica?

Lord Jotun: ognuno di noi vive le proprie esperienze calato nel proprio ruolo (chiamiamolo io, mente, ego, personalità, ecc.), per cui credo sia impossibile non venire in qualche modo influenzati dal proprio vissuto. Urstoff è stato per me un lavoro particolare da questo punto di vista, perché l’album strumentale era già stato composto e inciso quando Nick Daimon mi ha contattato per offrirmi il lavoro di vocalist e paroliere, mentre di solito nelle altre band di cui faccio parte mi trovo a seguire il processo di composizione e arrangiamento passo per passo. Ho quindi ascoltato a ripetizione le registrazioni, immergendomi completamente nel mondo che la musica creava attorno a me e dentro di me, e mi sono lasciato guidare dal tessuto emotivo che traspirava da ogni nota, ogni pulsazione. Questo mi ha portato ad avvicinarmi in maniera molto istintiva sia alla stesura dei testi che all’arrangiamento delle parti vocali, perché sentivo che un approccio troppo cerebrale avrebbe rischiato di sminuire la straordinaria carica emotiva di quelle canzoni; questo criterio si è rivelato fondamentale nel creare un’alchimia istantanea, al punto che quello che ho registrato in studio è finito sul disco tale e quale, perché dopo ripetuti ascolti abbiamo concluso tutti e quattro che non c’era bisogno di modificare nulla.
Urstoff è quello che potremmo definire un “loose concept”: le canzoni, pur se legate da una tematica di fondo, sono essenzialmente tasselli indipendenti che però trovano ulteriore forza nella coesione dell’insieme. Il tema del decadimento e della perdita è molto presente: The Bounteous Dearth, per esempio, è una riflessione sul disfacimento materiale e spirituale su vasta scala, mentre Scribed in Carnelian Gashes tratta di solitudine e incomunicabilità a livello di rapporti interpersonali. Non voglio però scendere troppo nel dettaglio; preferisco che siano i singoli ascoltatori a lasciarsi trasportare da note e parole per trovare la propria interpretazione.

Quali sono gli elementi della vostra musica che possono incuriosire un vostro potenziale ascoltatore e quali sono quindi le qualità principali del vostro nuovo album?

Crediamo che la musica dei Rust, con il suo ventaglio di influenze disparate e di strutture articolate, possa offrire molto a chi cerca un album da ascoltare e riascoltare con attenzione, scoprendo di volta in volta nuovi dettagli.

Lord Jotun: Non ho nulla contro la semplicità, adoro gli AC/DC quanto i King Crimson, ma ho notato che nel corso degli anni il metal estremo ha progressivamente perso la capacità (se non l’intento) di stuzzicare, quasi sfidare l’ascoltatore: oggi sembra che ogni dettaglio, dalla registrazione al logo, dalla copertina al logo del gruppo, debba strombazzare in faccia al pubblico di cosa si tratta prima ancora che questo abbia avuto modo di ascoltare una sola nota, e – cosa ancora più grave – si tende a liquidare come un fallimento tutto ciò che si discosta da tali formule.
Il metal ha sempre avuto e mantenuto la sua capacità di stupire: che si trattasse dei continui cambi di tempo degli Iron Maiden, delle atmosfere gelide dei Darkthrone o delle contaminazioni avanguardistiche dei Ved Buens Ende, era come se ogni album mi ricordasse che le regole vanno stravolte con cognizione di causa, e con entusiasmo.
Questo è quello che mi ha colpito dei Rust e che mi auguro siamo riusciti a trasmettere a chiunque ci ascolti.

Nick Daimon: Qualità è un termine piuttosto forte ed autoreferenziale e mi piacerebbe parlare di passione e amore verso un genere dalle mille sfaccettature che solo il metal ha potuto offrire in questi ultimi anni. Abbiamo lavorato con passione e mi piacerebbe parlare di una tela su cui ciascuno di noi abbia potuto imprimere le proprie peculiarità ed influenze. Spero che questo si senta all’esterno dagli ascoltatori che vorranno cimentarsi in questo ascolto e seguirci.

Come nasce un vostro pezzo?

Nick: Si parte solitamente con i riff di chitarra e una struttura più o meno definitiva che porto in sala. Successivamente essendo un buon team cerchiamo di ottimizzare e di rimaneggiare il brano nel caso si rendesse necessario. Ma tendenzialmente non ci sono regole precise dal momento che ogni brano ha una storia e uno sviluppo a sè e che ogni prova è sempre un fluire di idee, concetti ed errori che talvolta portano inaspettatamente alla soluzione o alla chiusura di un brano.

Lord Jotun: l’ispirazione non ha regole, e l’assenza di regole è per l’appunto il nostro unico comandamento. L’idea per un pezzo può nascere da un riff, da un fraseggio, addirittura da una bozza di ritmo; quello che accomuna ogni nostra composizione è la nostra curiosità, il nostro modo di sviscerare e sviluppare ogni “schizzo” provando ogni sorta di arrangiamento, senza porre limiti alla volontà di sperimentare e, ovviamente, crescere come compositori e musicisti. Naturalmente non è così semplice, spesso ci vogliono moltissimi tentativi prima di raggiungere quel momento in cui sentiamo di avere centrato l’obiettivo, perché alla fine quello che conta è la canzone come entità viva, come contenitore dei sentimenti che abbiamo riversato al suo interno.

Quale è il brano di questo nuovo disco al quale vi sentite particolarmente legati sia da un punto di vista tecnico che emozionale?

Siamo rimasti molto soddisfatti dalla versione finale di Graylight Contoured; se si parla di “catturare” una certa atmosfera, un certa “ambientazione”, con quel pezzo abbiamo davvero segnato un centro perfetto. Anche Scribed in Carnelian Gashes rappresenta molto efficacemente le emozioni che avevamo in mente scrivendola e registrandola, mentre Wounds of the Sunken Dawn è forse il punto più alto a livello tecnico/espressivo, un gran finale come si deve.

Quali band hanno influenzato maggiormente il vostro sound?

Sono davvero tante le band che ci hanno influenzato, ma più di ogni altra verrebbe da citare realtà Opeth, Katatonia, Shining, Moonspell, Paradise Lost, Emperor che hanno maggiormente caratterizzato il nostro sound dove potenza, aggressività hanno trovato il giusto compromesso con la melodia, creando infiniti landscapes e suggestioni.

Quali sono le vostre mosse future? Potete anticiparci qualcosa? Come pensate di promuovere il vostro ultimo album, ci sarà un tour con delle date live?

Al momento ci stiamo concentrando sulla composizione di nuovo materiale; questa volta siamo coinvolti tutti e quattro fin dall’inizio, ne vedremo delle belle!

Ci piacerebbe molto proporre queste canzoni dal vivo, questo è sicuro! Certo, da una parte si tratterebbe di una sfida, perché i nostri arrangiamenti tendono a essere notevolmente intricati, ma del resto siamo stati attenti, durante le registrazioni, a non sovraccaricare i pezzi di eccessivi orpelli. Questa scelta di sfruttare con economia le enormi potenzialità di uno studio è nata dall’esigenza di lasciare “respirare” le canzoni così come sono nate – in fin dei conti, siamo una band metal la cui ossatura è costituita da chitarra, basso, batteria e voce, e l’espressività delle composizioni è affidata interamente agli arrangiamenti. Questo ci rende fiduciosi sulle potenzialità di questa musica in un contesto live.
Purtroppo la situazione sanitaria ed economica non ci sta aiutando, anzi, molti locali che proponevano musica dal vivo hanno chiuso i battenti, per cui più che di progetti al momento si parla di sogni…

E’ in programma l’uscita di un album dal vivo o magari di un DVD?

Con un solo album all’attivo finora, crediamo sia prematuro parlare di una live release vera e propria; magari potremmo pensare a un paio di bonus track incise dal vivo da aggiungere a qualche edizione speciale per il futuro, ma anche per questo siamo vincolati all’evolvere della situazione. C’è anche da dire che, nonostante i passi da gigante della tecnologia, un’operazione di questo tipo avrebbe dei costi non indifferenti, quindi molto dipenderà anche da quanto interesse e supporto troveremo da parte di etichette, produttori, ecc.. Nessuno di noi vive di musica, e la crisi attuale non ci ha di certo reso le cose più facili.

Come giudicate la scena musicale italiana e quali problematiche riscontrate come band?

La più grande debolezza della scena italiana, se confrontata con altre realtà, resta sempre la mancanza di organizzazione e di progetti comuni, perché se si parla di potenzialità artistiche le proposte valide nell’underground non mancano di certo. Purtroppo in Italia la musica, come la cultura in generale, viene spesso svalutata, e ci si scontra continuamente col disinteresse di pubblico e addetti ai lavori, oltre che con la giungla di intralci burocratici e di costi aggiuntivi che fanno parte di ogni realtà in questo paese. Ciò denota chiaramente una mancanza di cultura se non “arretratezza culturale” restia ad accogliere nuovi stilemi e paradigmi come avviene nel resto d’Europa.
Trovo avvilente oltre ogni descrizione dover prendere atto di tale situazione nella terra che ha insegnato al mondo intero cos’è l’arte, ma del resto nascondere la testa sotto la sabbia è il modo migliore per garantire che i problemi non solo non trovino soluzione, ma peggiorino progressivamente.

Internet vi ha danneggiato o vi ha dato una mano come band?

Il problema non è internet, ma come viene utilizzata. Chi, come noi, ama la musica come qualcosa di più che distrazione momentanea, può ascoltare delle canzoni come anteprima su piattaforme di streaming o scaricando dei promo, ma alla fine comprerà sempre il disco fisico (o digitale legale), perché per noi avere un mucchio di file su una chiavetta o qualche “preferito” su YouTube non significherà mai “possedere un disco”. Altri non la pensano così, ritenendo invece che tutto sia loro dovuto e che chi paga per la musica (o il film, o i giochi, ecc.) sia un povero demente, ed è lì che iniziano i problemi, perché meno introiti significano meno possibilità, meno qualità e meno novità. La scusa “ma tanto lo fate per passione e non per guadagno” non regge, perché fare musica per passione significa non avere aspettative di vivere grazie a quello, ma purtroppo i costi per realizzare i dischi e suonare dal vivo continuano a esistere, e sono tutt’altro che indifferenti – per cui ci si può mettere tutta la passione del mondo (e siamo in tanti a farlo), ma nel momento in cui le spese superano i recuperi di dieci a uno non resta altro da fare che appendere gli strumenti alla parete e concentrarsi sul mantenere un tetto sopra la testa e un piatto pieno in tavola.

Il genere che suonate quanto valorizza il vostro talento di musicisti?

Il genere suonato valorizza senza dubbio il nostro modo di suonare che di per sè è pura espressione e
non tecnica fino a sè stessa. Va da sè tuttavia, che da lavoro a lavoro si cerca sempre sempre di alzare l’asticella per superare i propri limiti ma ciò come visione d’insieme.

Lord Jotun: i ragazzi dei Rust mi hanno dato carta bianca al 200% per quanto riguarda i testi e le voci, e hanno approvato con entusiasmo ogni mio contributo. Se si parla di sentirsi valorizzati, questo è stato senza dubbio uno dei punti più alti del mio percorso.

C’è un musicista con il quale vorreste collaborare un giorno?

Lord Jotun: il mio sogno più folle resta quello di collaborare con una vera orchestra un giorno, anche se mi servirebbe un plotone di cooperatori perché non saprei trascrivere le partiture, figuriamoci dirigere i musicisti!
La lista sarebbe davvero troppo lunga, ma qualcuno che potrebbe adattarsi alla nostra proposta sarebbe sicuramente Mikael Akerfeld (Opeth) ma anche altri come Aaron Stainthorpe (My Dying Bride), Alan Averill (Primordial) o Christian Älvestam (Scar Symmetry); per voci particolarmente brutali, Steve Tucker (Morbid Angel) o anche Silenius (Abigor / Summoning) e tanti altri…
Le nostre canzoni non lasciavano molto spazio agli assoli di chitarra, quindi sarei curioso cosa avrebbero proposto in tal senso Andy LaRocque (King Diamond), Peter Huss (Shining), Lars Johansson (Candlemass) o Manni Schmidt (Rage, Grave Digger), dato il loro eccezionale gusto melodico (il secondo album non trascurerà l’aspetto solistico).

Siamo arrivati alla conclusione. Vi va di lasciare un messaggio ai nostri lettori?

Grazie per averci concesso questo spazio! Un saluto a tutti i metal maniacs che ci leggeranno – seguiteci lungo questi sentieri inesplorati!

Tags: Rust
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