Continua l’assalto sonoro della storica band teutonica Rage, autrice di molti classici del power-thrash europeo. Una uscita, la ventiseiesima, che è davvero ambiziosa, in un momento dove dominano i singoli. Si tratta infatti di un doppio cd, con due distinte proposte.
La prima, “Afterlife” è un power-thrash decisamente classico, mentre la seconda, “Lifelines” prevede arrangiamenti sinfonici e molto più orchestrali.
Dopo una intro sinfonica, il disco parte alla grande con “End of Illusions” brano classicamente thrash, con un notevolissimo riff che si alterna a un passaggio più lento, con un cambio di ritmo sempre caratterizzato dalla potenza espressiva e una solista anche questa molto riconoscibile. La titletrack è un hit notevole, nel classico stile Rage, con un riff potente e trascinante e un coro che rimane impresso nella mente al primo ascolto.
Il trio è decisamente oliato e propone una musica magari non originalissima, ma per chi apprezza il genere si tratta di un must irrinunciabile, perché la proposta è fresca e aggressiva al tempo stesso. Dopo ”Afterlife”, brano top class, arriva uno dei riff più intriganti ascoltati negli ultimi anni : “Dead Man’s Eyes”. La voce di Peavey esalta questo brano di old school metal, ma veramente notevole. Il ritmo infernale cala con un brano impegnato “Toxic Waves”, comunque ben eseguita, con la chitarra che ricama linee intense.
In ogni caso, almeno nella prima parte, o, meglio, nel primo cd, cali non ce ne sono e il livello è sempre elevato, come ci si può attendere da una band matura. Questo vale anche per la potente “Waterworld”, dinamica nel suo svolgersi intorno a un riff più ordinario e una linea vocale semplice ma efficace. E’ insolita la chitarra alla Nightranger che apre “Justice Will Be Mine”, che diventa un brano comunque più lento e che vive di questo suono particolare della sei corde. A tamburo battente e chitarra distorta arriva “Shadow World” e il trio, Peter “Peavy” Wagner (vocals, bass) Vassilios “Lucky” Maniatopoulos (drums) Jean Borman (guitars) si dimostra molto coeso e potente. Il disco 1 si chiude con “Life Among Ruins”, le cui linee vocali sono probabilmente le meno azzeccate di un platter comunque ottimo. In particolare mi sono piaciute, come in questo caso, le atmosfere chitarristiche e un assolo ricercato e lungo, che arricchisce la composizione.
Il disco 2 “Lifelines” comincia subito con un brano “Cold Desires” che fa comprendere come questa parte preveda un mix di musica tendente al classico sinfonico e il power thrash tipico dei Rage. Il risultato è interessante. Il contributo di Marco Grasshoff , tastierista e orchestratore, è evidente e arricchisce l’assalto sonoro che rimane comunque la cifra esecutiva del gruppo tedesco. C’è spazio anche per brani più compositi, come “Root of our evil” che è molto più ritmata e meno tirata a livello vocale. Colpisce in ”Curse the Night” l’orchestrazione molto curata, con la voce che accompagna lo svolgersi del brano, con passaggi djent molto carichi e un riff che arriva nel finale. “One World” prosegue su questo stile, un power con venature sinfoniche sperimentato anche dai Manowar nell’ultimo ep fatto, con un suono pieno su un tempo non troppo accelerato. A mio parere questa parte sinfonica è meno aderente alla cifra stilistica dei Rage, che si esprimono meglio nel thrash che in questo ibrido comunque gradevole. Molto carico “It’s all too much” anche se si tratta di pezzi che non sorprendono, anche se il break tastieristico che spezza in due l’esecuzione è molto suggestiva, grazie anche a una chitarra che cesella note sognanti. Una chitarra alla Blackmore ultima versione accompagna un brano che tende verso il folk anche per la linea vocale, “Dying to live”, mentre “The Flood”, dove la componente sinfonica è prevalente, può essere considerato un tentativo melodico di interpretazione della musica dei Rage, con un risultato non indimenticabile. Il pezzo che dà il titolo al disco 2 è “Lifelines” ed è un brano di 10 minuti, molto sinfonico e dai tratti prog accentuati, dove la chitarra traccia la linea, è una cavalcata che ricorda certi pezzi analoghi dei Maiden, ma ha una sua dimensione valida, risultando la traccia che nella seconda parte dell’opera brilla maggiormente, anche se forse la lunghezza è eccessiva. “Interlude” è una bella orchestrazione sinfonica e la conclusiva “In The End” chiude questa poderosa doppia opera con una specie di ballata finale dai toni piuttosto tristi
In definitiva i Rage sono sempre un gruppo top, ma certamente in questa doppia opera si fanno preferire nella loro versione classica power-thrash, mentre sulla seconda, piu’ orchestrale, non ho trovato gli stessi motivi di interesse.
Quindi viva i Rage, viva il metal tradizionale e storico.
Voto: 7,5/10
Massimiliano Paluzzi















