di Maurizio Mazzarella
Olaf Thorsen, fondatore di Vision Divine e membro storico dei Labyrinth, è una delle figure più rilevanti del metal italiano e internazionale. In un’intervista esclusiva con Metal on Air, Thorsen si racconta a cuore aperto parlando della reunion con Michele Luppi, del nuovo EP A Clockwork Reverie, dei tour internazionali e dei progetti futuri, offrendo uno sguardo sincero sullo stato attuale delle sue band e sulla sua carriera.
Quali novità devono aspettarsi i fan dopo l’annuncio del nuovo EP?
Stiamo per rivelare tutti i dettagli a breve. Questo EP, A Clockwork Reverie, nasce subito dopo la reunion e segna un ritorno a comporre musica nuova, non solo a riproporre i vecchi brani. È un lavoro totalmente collettivo: Oleg alle tastiere e Michele al microfono hanno avuto un ruolo fondamentale nella composizione. Non è “solo Olaf Thorsen”, ma frutto del contributo di tutti i membri della band. Vision Divine non è mai stata solo mia; è sempre stato un progetto condiviso e ogni elemento è importante.
Il ritorno alle produzioni storiche della band ha un significato particolare?
La trilogia iniziale ha segnato un punto fondamentale della nostra storia, ma non significa che gli altri lavori non abbiano valore. Ogni periodo ha la sua importanza e ogni membro ha sempre dato un contributo significativo. Parlare di un periodo non significa svalutare il resto.
Come è stato il tour internazionale dopo la reunion?
È stato emozionante e confermativo: ritrovare l’atmosfera di palco dopo vent’anni è stato speciale. Abbiamo riproposto brani storici della trilogia iniziale e il pubblico ha reagito meglio di quanto ci aspettassimo. Suonare due band insieme, come abbiamo fatto con Labyrinth e Vision Divine, è divertente, ma richiede energia, concentrazione e gestione dell’adrenalina. Suonare due concerti di fila non è semplice, anche se è gestibile per una sera.
Come valuti oggi album come Send Me An Angel o l’ultimo disco di Vision Divine?
Send Me An Angel resta un album fondamentale per la crescita della band. L’ultimo disco ha incontrato alcune difficoltà nella gestione delle voci e della produzione, limitando il risultato finale. Non è una critica al cantante, ma una questione di condivisione: come produttore volevo avere più voce in capitolo nella realizzazione, invece ho ricevuto un prodotto già finito. Professionalmente, non è accettabile per me, anche se altri possono apprezzarlo.
Com’è tornare a lavorare con Michele Luppi dopo tanti anni?
Ho ritrovato la stessa persona di vent’anni fa, con entusiasmo e attaccamento alla band, ma anche cresciuta come artista. La sessione di registrazione è stata tra le più serene e produttive che ricordi. Michele ha messo a disposizione tutta la sua esperienza e la sua strumentazione, contribuendo in maniera concreta e significativa.
La scelta di Michele come cantante è stata immediata?
Dopo aver valutato le opzioni e visto il suo entusiasmo totale, non c’era altra possibilità. Continuare con lui era l’unica scelta sensata, mentre l’alternativa, ovvero smettere, non era contemplabile.
Come giudichi l’ultimo disco dei Labyrinth?
Ritengo sia probabilmente il miglior disco della band. È stato scritto in sala prove, senza l’uso di computer, registrando tutte le idee direttamente sul momento. L’album è tecnico, sentito, profondo e con testi significativi di Roberto. Brani come Inhuman Race dimostrano grande creatività e collaborazione della band.
Come ti trovi a suonare brani dei Labyrinth che non avevi scritto originariamente?
Suonare questi pezzi è un piacere. La band decide quali brani portare sul palco e io rispetto le scelte, anche se non ho partecipato alla loro scrittura originale. Ci sono brani che suono da venticinque anni e continuano a piacermi, senza bisogno di medagliette o riconoscimenti individuali.
Riferendoti a Sons of Thunder, lo riregistreresti oggi?
No, il passato non si tocca. Si possono rivisitare singoli brani, ma rifare un intero album storico con le stesse dinamiche di vent’anni fa non è necessario né consigliabile. È diverso remixare le tracce originali rispetto a ricreare tutto da zero.
Dopo la separazione da Federico, ci sarà un nuovo chitarrista?
Per ora continuiamo in cinque. La band ha già gestito situazioni simili in passato, quindi non è necessario sostituire Federico. Siamo concentrati sul nuovo disco e funziona perfettamente così.
E il progetto con Mark Boals?
Non è chiuso, ma dipende da Frontiers. Lavorare con Mark è stata un’esperienza bellissima e un ricordo prezioso, ma non posso influenzarne gli sviluppi. È un progetto che custodisco con piacere.
Come guardi al futuro di Vision Divine e Labyrinth?
Il presente è fondamentale: stiamo lavorando su nuovi progetti con entusiasmo e produttività. La collaborazione tra i membri è totale: scrittura, arrangiamenti, registrazioni, testi, atmosfere e produzione condivise. Questo approccio ci permette di fare musica di qualità, reale, con strumenti veri e senza eccessiva digitalizzazione. Il 2026 sarà un anno ricco di novità, con concerti, EP e progetti che ci appassionano, e siamo pronti a condividere tutto con i fan.















