A cura di Daniele Blandino
Dietro il progetto Of the Muses c’è un percorso intimo, fatto di sperimentazioni, cambi di rotta e determinazione. In questa intervista, l’artista racconta la nascita della band, il processo creativo, l’evoluzione del sound e le influenze che hanno contribuito a definire la sua identità musicale. Un viaggio tra atmosfere black e suggestioni alt rock, con uno sguardo sincero sulla scena musicale e sull’approccio alla composizione.
Come è nata l’idea di formare la band?
Ho sempre scritto e composto musica, da che io ricordi. Infatti, sul disco di debutto del 2023 ci sono pezzi che risalgono anche a una decina d’anni prima. Nel 2020 ho deciso di fare finalmente qualcosa di concreto con le mie sole forze, dopo anni passati a cercare di far funzionare le cose con altri musicisti. Ho iniziato così a raccogliere le idee, registrare brani e muovere i primi passi come artista solista.
Quali sono stati i primi passi e i momenti chiave nella vostra storia?
Il momento chiave è proprio quello che ho appena descritto: la decisione di provarci davvero. Da lì è cominciato tutto.
Ci sono stati cambi di formazione importanti nel corso del tempo?
Non direi. Ho lavorato con un produttore, Déhà, sul mio secondo album. Mi ha dato una grossa mano suonando anche alcuni strumenti, ma non siamo mai diventati una band vera e propria.
Come avete scelto il nome della band e il vostro genere musicale?
A dire il vero, il nome “Of the Muses” è saltato fuori per caso. Mi piaceva come suonava e l’ho tenuto. Quanto al genere… vorrei poter dire di averlo scelto, ma credo che resterò indecisa ancora a lungo!
Come descrivereste il vostro sound a chi non vi conosce?
Dipende dai dischi: il primo è black atmosferico/melodico, mentre il secondo ha un’impronta alt rock, con qualche influenza pop e metal.
Quali canzoni pensate rappresentino meglio la vostra identità musicale?
Direi V da Senhal e A Summer Burial da Underheavens.
Quali album o artisti hanno avuto la maggiore influenza sul vostro stile?
Sicuramente Midnight Odyssey, che è probabilmente il mio artista preferito in assoluto nel suo genere, ha influenzato il primo album. Per il resto, il mio senso della melodia arriva dalle band britanniche di fine anni ’80 e inizio anni ’90: Stone Roses, Verve, Elastica, Blur, Cocteau Twins, Manic Street Preachers, Lush, Ride, Chapterhouse, Suede… e sicuramente me ne sto dimenticando parecchi.
In che modo si è evoluto il vostro sound nel corso degli anni?
Sono partita da un black atmosferico con alcune influenze esterne, che col tempo hanno preso il sopravvento sulla componente “estrema”.
Come nasce una vostra canzone, dal testo o dalla musica?
Di solito da una combinazione di accordi, un giro armonico. Raramente compongo sullo strumento: non essendo una brava strumentista, preferisco immaginarmi la musica prima, e solo dopo suonarla o registrarla.
Qual è la vostra filosofia o approccio alla scrittura dei testi?
Più che una filosofia, direi che scrivo solo di ciò che mi suscita emozioni, di qualsiasi tipo, e lo faccio sempre da un punto di vista molto personale.
Avete un metodo di lavoro particolare per le registrazioni in studio?
Sì: attacchi di panico, lacrime, disperazione e bestemmie! (ride)
Da dove prendete ispirazione per comporre nuovi brani?
Dalle solite cose: la sfera emotiva, l’amore, la morte, l’erotismo, il mistero.
Come descrivereste la scena metal locale nella vostra città o zona?
Non conosco bene la scena metal lombarda, non sono in contatto con nessuno in particolare da queste parti. In generale non mi sento parte della scena metal, né come ascoltatrice né come musicista.
C’è un concerto che ricordate come particolarmente memorabile?
Non mi esibisco live e penso che non succederà mai, almeno non con questo progetto. Ma come spettatrice, ricordo con grande emozione Midnight Odyssey a Erba, lo scorso anno. Sono fan dalla primissima ora, e vederlo finalmente dal vivo è stato incredibile. Credo di aver pianto.
Quali sono le vostre ambizioni o obiettivi a lungo termine come band?
Fare sempre un piccolo passo avanti.















