Gli Stryper sono un nome altisonante del metal, i leader di quel filone christian-metal che tanto ha fatto discutere negli anni 80. Proprio loro, insieme a pochi altri, hanno rappresentato il versante che si contrapponeva alla blasfemia imperante nel black e , in generale, a una rigida distanza fra la religione e l’heavy metal, che sembravano due aspetti dicotomici.
In molti credevano a una messinscena, nel senso che si pensava che tutta queste fede cattolica servisse a promuovere dischi e concerti e non fosse autentica. In realtà Michael Sweet e Stryper hanno tenuto la barra dritta, anche se sono stati altri i grandi campioni di questo genere. Personalmente, quello che ho ammirato di più è David Zaffiro, prima con Bloodgood e poi in chiave solista, per le sue strepitose linee chitarristiche e una chiara, grande ispirazione compositiva.
In ogni caso, Michael Sweet è una garanzia e Frontiers punta molta su di lui, sia con il suo gruppo che con questo progetto solista, che ha una configurazione molto particolare e decisamente intima e spirituale. I brani sono molto intimi, a partire dalla title-track che si poggia su un arpeggio acustico e poi si sviluppa sempre con toni molto sfumati e un finale affidato ad archi celestiali. Visti i temi trattati, direi che l’impressione che se ne ricava è quella di vere e proprie preghiere, messe in forma musicale.
La voce di Sweet non la scopriamo certo ora, ha una fortissima connotazione melodica. “Lord” è sulla stessa linea, con un coro più vicino alle consuete linee del suo gruppo originale e l’assolo finale è coinvolgente, facendo uscire allo scoperto la chitarra.
“Stronger” unisce passaggi acustici a temi leggermente più movimentati, mentre “Eternally” è ancora più raccolta, con la voce sussurrata e un basso in evidenza a indicare la linea ritmica del brano, sempre in un contesto molto spirituale, evidenziato dalle invocazioni di Sweet.
Come in una messa cantata, arriva “You lead, i’ll follow” che sa di rock’n’roll retrò, dove è ancora l’aspetto ritmico a dare la linea e dove le tastiere simulano l’effetto fiati, per rendere ancora più angelico il risultato sonoro. Lo stesso tenore è in “Desert Stream”.
I brani sono molto delicati, non c’è metal nella accezione normale del termine. Sweet tiene a precisare che non ci sono scarti contenuti in questo disco, con il quale spera di dare a qualcuno la speranza di un futuro migliore. “The Master Plan” continua con il rock leggero di “Believer”, dove si scorgono elementi di un percorso dai suoni cantautorali che ha già fatto qualche anno prima Mike Tramp. In “Again” appare una voce femminile, ma le note scarne che accompagnano l’opera non svelano chi sia questa soave interprete. La linea portante acustica è la cifra stilistica di “Faith”, arricchita da sognanti tastiere e dalla presenza di un assolo di chitarra incisivo, uno dei pochi del long playing. Una più orchestrale “Worship You” chiude il disco.
Come abbiamo detto, Michael Sweet ha realizzato un sogno, come lui stesso dice, e noi abbiamo l’opportunità di ascoltare un’opera intima, personale, dalla forte connotazione religiosa. La classe c’è, la qualità anche, per composizioni molto rarefatte e spirituali.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















