Sono ad un punto della mia vita di appassionato rocker in cui evito come la peste quei lavori che, dopo qualche minuto di ascolto, risultano formalmente perfetti ma freddi come un blocco di ghiaccio, emanando una sensazione di artefatto. Certo non mi riferisco ai capiscuola della precisione nel metal! Un disco dei Dream Theater o dei Megadeth mi fa e mi farà sempre vibrare il cuore… Ma quello che realmente cerco sono emozioni in musica ed i cremonesi Goldusk il cuore non solo me l’hanno fatto vibrare ma, in questi giorni invernali, me l’hanno scaldato ben bene. Mi spiego ulteriormente: loro non sono affatto dei chirurghi sugli strumenti, non sono affatto degli architetti del pentagramma, ma sono dei musicisti con tanta anima e che profumano di autenticità come nessuno mai ultimamente… Power trio, autori di un heavy metal profondamente legato alle origini del movimento, sia quello anglosassone, sia quello americano, mi hanno fatto riscoprire quelle sensazioni lontane nel tempo che solo i dischi dell’epoca potevano darti… Durante l’ascolto la mia mente ha viaggiato nei ricordi: i primi numeri di HM e di Metal Shock, le pubblicità di label come Minotauro e Metalmaster, il peregrinare nei negozi di dischi e l’esaltazione quando trovavi un disco agognato da tempo… Sia ben chiaro però che non sono solo sogni ma qui di sostanza ne trovate, e tanta!!! Il lavoro di composizione, davvero efficace, ha sfornato un lotto di brani basati su ottimi riff, belle armonie, cambi di tempo ben calibrati e refrain davvero vincenti. Una cavalcata in pieno stile NWOBHM, simbolicamente proprio intitolata Goldusk, è il biglietto da visita… Il disco non poteva cominciare in modo migliore! Epica, anthemica la successiva Tyrants Will Die mentre con The Wraith la band preme il pedale dell’accelleratore. Stupenda, davvero stupenda, Holy Drinker, una semi-ballad andante con un ritornello micidiale che al sottoscritto ricorda alcuni episodi dei migliori Saxon quando decidevano di far riposare i cavalli… Giuro mi si è ficcata in testa per giorni e a tutt’oggi, di tanto in tanto, mi ritrovo a canticchiarla. Variegata Sonia(The Red One), tra cavalcate, contrappunti solistici ed intermezzi acustici, mentre in Wild Ride i nostri privilegiano nuovamente l’impatto. Con Rain la band da prova che è in grado di gestire composizioni più lunghe ed articolate, a tinte prog, in un’alternanza di umori ed atmosfere. Epico il finale con Knowledge Of Steel. Vi potrete divertire a trovare tutti i riferimenti che volete alle band storiche, ma al sottoscritto hanno ricordato due nomi essenziali come Saxon, già citati prima, ed i Maiden dei primi due album. Ma c’è tanto altro!!! Registrato ai Dorsale Studio di Cremona (Alex Piatti e Nikolas Compiani dietro la consolle), When Metal Takes Shape gode di una produzione volutamente retrò che evidenzia ed esalta l’autenticità della band: si sente che i nostri tre erano insieme nello stesso momento e nello stesso posto a registrare praticamente in presa diretta. Se ritocchi ce ne son stati, sono davvero minimi. Bella la copertina dipinta da Riccardo Orsoni. Altro che AI ed altre cavolate tecnologiche… Un grande plauso ad Andromeda Relix per aver pubblicato questo lavoro e ricordate, l’ho scritto anche altrove, che bisogna tornare al passato per costruire il futuro…
Voto: 8,5/10
Salvatore Mazzarella















