Considero la Pride & Joy Music una etichetta molto efficace, determinata e in grado di lavorare bene su proposte molto mirate e potenzialmente importanti nel campo dell’hard rock melodico. Un segno di riconoscimento importante, a patto che non faccia la stessa parabola di Frontiers, etichetta super acclamata che ha sviluppato il metallo melodico ma che, ultimamente, sta eccedendo in progetti paralleli dei progetti paralleli che, artisticamente hanno poco da dire.
Il duo tedesco Lazarus Dream è composto da Carsten “Lizard” Schulz (Domain, Evidence One, Devoid) e dal chitarrista Markus Pfeffer (Barnabas Sky, Winterland), che avevo proprio conosciuto in occasione del buon platter dei Barnabas Sky, anch’esso recensito (positivamente) dal sottoscritto.
Se appunto l’altro progetto di Pfeffer, che si muove più o meno sulle stesse coordinate, mi era piaciuto, questo “Lifeline” mi ha un po’ deluso, più per la piattezza compositiva che per la qualità esecutiva, che non è disprezzabile.
Insomma un buon hard rock melodico, ma dopo ripetuti ascolti, a parte due brani, faccio veramente fatica a distinguere i pezzi l’uno dall’altro. In pratica mi pare che si esegua la stessa canzone, con lievi sfumature. Questo dettaglio fa naturalmente passare in secondo piano che la band è di buona fattura, il suono scorre con grande fluidità ma quello che manca, lo ripeto, sono composizioni in grado di catturare l’attenzione di un vecchio ascoltatore come me.
A questa valutazione sfuggono due brani, che mi sono piaciuti : “Don’t look down” forte di una linea vocale trascinante e di una chitarra molto ispirata nella linea solista che struttura il pezzo e la bonus track “I Engineer” che è una cover di un gruppo che mi è ignoto, gli Animotion. . Questo brano è orientato sull’arena rock e si snoda su un coro piuttosto leggero e una struttura musicale più semplice, tutti elementi che sembrano giovare ai Lazarus Dream.
Non convince invece quello che dovrebbe essere il biglietto da visita dell’intero disco, l’iniziale “Dead End Symphony” che vede la collaborazione all’hammond, moog e synths di un big come Derek Sherinian (Dream Theater, Sons of Apollo, Billy Idol e tanti altri). Negli oltre 6 minuti di musica, poco da esaltarsi, così come per il resto dei brani.
Non pretendo che ogni disco sia come il sottovalutato ma secondo me eccezionale “The Nature of the Beast” di un gruppo canadese anni 70\80, gli April Wine, dove ogni brano era eccezionale e completamente diverso dagli altri, passando dall’aor allo speed metal, dall’hard rock al prog da un solco all’altro, ma neanche un disco nel quale non si distinguono i brani.
Voto: 5,5/10
Massimiliano Paluzzi















