Nel 2016 il gruppo teutonico KHAIMA pubblicò il loro EP omonimo. Circa quattro anni dopo, per precisione il 30 ottobre scorso, la band ha pubblicato il loro album di debutto, meglio tardi che mai si potrebbe dire, ma “Owing to the influence” è un lavoro che trasuda abilità, potenziale e capacità. Ma entriamo piano piano nel dettaglio.
La prima, di diverse, stranezza è che la band è nata nel 2013 e con cadenze così dilatate nel tempo, nell’ordine di 3 anni dalla formazione al primo EP e 4 anni dall’EP al debutto sulla lunga distanza, per un lavoro nuovo è parecchio controcorrente con lo standard attuale.
Comprendo che fare le cose con cura e dedizione serva tempo, ma meno di quindici canzoni tra primo vagito e questo “owing to the influence” è forse un pochino troppo; poi va ammesso che il lavoro presentato è molto interessante e con un certo appeal, tanto che sono andato a cercarmi in rete degli ascolti del pregresso lavoro per capire meglio le origini di questo lavoro.
La capacità della band di far convivere più anime in questo album è lavoro non da poco, dato che vi sono delle abilità vocali del cantante che in alcuni punti ricorda Staley degli Alice in chains; degli arrangiamenti invece più vicini a King crimson, e non solo, delle ritmiche interessanti che spaziano in modo sinuoso in più frangenti della musica rock e metal; grazie anche ad un basso che a tratti mi ricorda quello dei Primus ed una batteria che è particolare, ricca ma non eccessiva.
Una chitarra che va oltre le semplici pentatoniche e le semplici scale proponibili. Unico punto dolente il rullante, che non sempre è “gestito” a livello di suono post prodotto al meglio delle sue possibilità. Mi spiego meglio: lo trovo troppo “asciutto” e con troppa punta.
L’altra nota “dolente” ma siamo più in ambito di piacere personale e non errore vero e proprio, avrei preferito una voce con meno riverbero e meno eco, perché così come l’hanno registrata ed effettata non si capiscono sempre le parole cantante.
Di tutto l’album non capisco fino in fondo la scelta “tecnico/artistica” di inserire la traccia dal titolo “La Hirak”, perché da un senso di distacco dal contesto dell’album. Il brano ha un riff portante ripetuto in modo ossessivo con un sottofondo di loop “lontani” quasi come se fosse un discorso proveninete dall’oltretomba o da una vecchia radio. Detto questo delle altre otto tracce vi segnalerei senza problemi “Blowback”, “the fox and the grapes”, “Parasomnia”, “Collidoscope” e “Sulpirite” che per altro è brano che chiude l’album.
Se faccio un raffronto con il vecchio lavoro, si nota una perdita delle parti più jazz ma “portano a casa” un impatto più rock. Direi che nel complesso la scelta più rock è interessante e valida; aggiungerei, forse, di fare un paio di cambi per la parte vocale, come segnalato poco sopra, e di scegliere delle tempistiche d’uscita un filino più corte, non è funzionale per la band far aspettare altri quattro anni per un nuovo album. Così ci sarà un lavoro più interessante di così, che non è così semplice, in tempo minori.
Voto: 6.5/10
Alessandro Schümperlin















