Il primo ascolto del nuovo album dei Kamelot, intitolato “The Awakening”, mi aveva lasciato un po’ perplesso, vista la sensazione di “gia’ sentito”, in realta’ cresce e si riesce ad apprezzare con gli ascolti.
Ovvio, non si tratta di niente di nuovo, ma il disco riesce a superare qualitativamente e compositivamente i suoi predecessori “The Shadow theory” e “Haven”, riuscendo a raggiungere la qualita’ di “Silverthorn”, il debut album di Karevik dietro al microfono.
Prodotto dall’onnipresente Sascha Paeth e dagli stessi Kamelot, il disco e’ mixato e masterizzato da Jacob Hansen artefice di un ottimo lavoro (e non poteva essere altrimenti).
Splendido anche l’artwork di copertina, ad opera di Giannis Nakos, che ci riporta ai tempi di “The fourth legacy”.
Il platter si apre con la classica intro strumentale che e’ il preludio alla roboante “The great divide”, un classico pezzo d’apertura di un disco dei Kamelot, pregevole up-tempo che ci riporta indietro nel tempo ovvero all’epoca d’oro della band.
Segue “Eventide” uno dei brani più belli del disco (se non il piu’ bello in assoluto), superlativa la prestazione vocale di Karevik, sempre più calato nella parte e che riesce nel compito di non far rimpiangere il suo predecessore; molto bello ed emozionante, a tratti anche malinconico, il refrain.
Leggera flessione con la scontata “One more flag in the ground “, dove troviamo ospite la moglie di Karevik, ovvero la bellissima “Kobra Paige”. La traccia e’ molto diretta, in virtù di un ritornello “immediato” e che resta nella mente sin dal primissimo ascolto, cosa che non la rende molto “longevole” negli ascolti.
E’ il turno della power-song “Opus of the night (Ghost requiem)” che può essere considerata come la degna erede di “Ghost of the opera” e non solo per il titolo, ma per via della sua struttura compositiva e per i cori che la ricordano e non poco (oh-oh-oh-oh-oh-oh !!).
Ottimo l’ intermezzo di cello ad opera della violoncellista cinese e naturalizzata americana Tina Guo.
La traccia e’ epica quanto basta, altro brano tra i migliori del disco, con vari passaggi che ricordano i nostrani “LT’ s Rhapsody”.
E’ l’ora della prima ballad “Midsummer’s eve”, splendida l’interpretazione vocale di Karevik, carica di espressività che come già detto prima riesce a non far rimpiangere il suo predecessore Roy Khan (anzi !). Anche qui ritroviamo il cello di Tina Guo ed il violino di Florian Janoske a creare l’ottima atmosfera.
Le melodie orientaleggianti e a tratti celtiche di “Bloodmoon” ci riportano ai fasti d’oro di “4th legacy” e di “Karma”, questa e’ ad esempio una di quelle tracce che cresce con i ripetuti ascolti.
Molto bella melodia e il mood nefasto di “Nightsky” che ci rimanda agli Stratovarius di “Nemesis”, il mix perfetto tra i nuovi e i vecchi Kamelot dell’era Khan.
Le atmosfere “sognanti” di The looking glass”, la traccia piu’ bella in assoluta del disco insieme a “Eventide”, molto bello ed avvincente il ritornello , la degna erede di un brano alla “Forever”.
“New Babylon” altra traccia dalle atmosfere “oscure” e carica di epicità, con la voce di Karevik che sale e scende per un cantato intenso ed espressivo, troviamo come ospiti di lusso Simore Simons e Melissa Bonny (Ad Infinitum) che alterna il cantato pulito a quello Growl; un brano alla “March of Mephisto” per azzardare un paragone.
Altra traccia dal retrogusto malinconico e’ la splendida ballata “Willow”, con un Karevik come sempre sugli scudi.
“My Phanteon (Forevermore)” chiude ottimamente un bel disco, un up-tempo sinfonico condito dal cantato growl che si alterna a quello classico.
Anche se la vera traccia posta in chiusura e’ l’outro “Ephemera”, dove nella mia mente immagino cavalieri impegnati all’epoca delle Crociate.
Essendo questa recensione fatta sulla versione giapponese di “The Awakening”, devo menzionare la bonus track esclusiva “Call of the Void”: power song davvero molto bella ed e’ un vero peccato che non possa essere goduta da “tutti” i fans della band.
Devo aggiungere che i Kamelot spesso “tagliano” fuori dai loro dischi, canzoni davvero molto belle, riservandole al solo mercato giapponese; è il caso di “Call of the void” per il nuovo album, o di “The Ties that bind” da “Haven” (forse la migliore di tutto il disco) o “Leaving to Soon” da “Silverthorn”.
L’attesa di cinque lunghi anni e’ stata propedeutica al fine di realizzare un gran bel disco, ben tornati Kamelot !
Voto: 8,5/10
Stefano Gazzola















