Uno dei pochi gruppi metal russi di un certo spessore internazionale, sulla scia dei Gorky Park che negli anni 80 ebbero una certa notorietà, gli Imperial Age hanno fatto una decisa scelta di campo criticando l’aggressione all’Ucraina e lasciando il paese, stabilendosi come base ad Antalya, in Turchia e poi a Northampton. Una decisione che nasce probabilmente dalla dimensione multinazionale della line-up, che unisce tre russi a un italiano e a un turco.
Passando alla musica, gli Imperial Age propongono un power metal sinfonico molto semplice e melodico, con brani assolutamente lineari e arrangiati in modo da trovare sempre formule facilmente comprensibili e memorizzabili, con un retrogusto vagamente piratesco e un vero culto per il mito di Atlantide, tanto che autodefiniscono il loro stile “Atlantean metal”
Questo “ New World”, di fatto autoprodotto, arriva qualche anno dopo “Legacy of Atlantis” che ha decretato una buona notorietà, discrete vendite e milioni di ascolti sulle varie piattaforme online.
Pur essendo scritti molto tempo prima dello scoppio della guerra in Ucraina, i testi di questo disco si incentrano su libertà e una nuova dimensione del mondo, con sempre meno ingiustizie e soprusi, oltre che un rifiuto di ogni guerra.
Tre le voci : Alexander “Aor” Osipov, Jane Odintsova e Anna “Kiara” Moiseeva , Dmitry Belf al basso, Kublai Kapsalis alla chitarra e Manuele di Ascenzo alla batteria per gli Imperial Age, che hanno avuto grande consenso anche nella raccolta di fondi per la realizzazione del disco, doppiando la cifra minima prevista, sdebitandosi poi con la donazione di una parte del ricavato dei vari concerti proprio alle popolazioni ucraine colpite dalla guerra.
Venendo ai brani, la media compositiva è alta pur non essendo troppo varia, nel senso che c’è molta omogeneità. “Winborn” è già un esempio di tutto questo, anche se il bridge musicale all’interno del brano fra tastiera e chitarra è di altra classe. “Legend of the free” è molto ritmata, pur mantenendo quegli elementi standard della loro musica, gli impasti vocali tra tre voci sono anche questo un elemento caratterizzante, e il brano scorre molto bene. ”The Way is the aim” è un’altra canzone molto corale e sempre decisamente di facile ascolto, mentre “To the edge of the known” mette in luce l’anima “piratesca” della band, a suo agio in queste orchestrazioni molto cariche che evocano immediatamente questo tipo di mondo, con un buon assolo e un bridge di assoluto livello. Leggermente più potente è “The wheel”, pur mantenendosi sugli stessi binari delle precedenti song, che la band considera uno dei must da eseguire dal vivo per il coro molto “catchy”, mentre “Shackles of Gold” ci riporta nell’atmosfera di una bettola per pirati, anche se il sottofondo non è tanto leggero e la struttura musicale di questo brano piratesco è di tutto rilievo. Un suadente violino introduce in “Distant shores”, altro brano piratesco, molto ben riuscito grazie a una trascinante doppia cassa e a una melodia azzeccata, con un coro che arriva molto lungo. Anche in questo caso l’assolo e lo sviluppo successivo del brano sono di alta classe. Se nella voce l’aspetto lirico è spesso emergente, il brano finale sorprende per la sua strutturazione che prende spunto, come sottolinea la stessa band, dalla musica di Vivaldi e Bach. Ne vengono fuori ben 18 minuti di un brano che cambia forma e muta orchestrazione, ma che forse è troppo tirato. In ogni caso uno sforzo anche compositivo da apprezzare, anche se dubito possa essere suonato dal vivo, almeno interamente.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















