Eravamo rimasti al 2021, con il primo album omonimo per la band di Amburgo, ricordo ancora la mia recensione di quell’album. Fu un album molto atteso un po’ da tutti: gli addetti ai lavori, i fan storici, quelli dell’era Deris ecc. Al tempo sottolineai la non grandissima forza di quell’album – a parte alcuni episodi – che vennero poi ripresi nella lunga serie di tours in giro per il mondo.
Il fatto stesso che durante i concerti la band abbia dato molto più spazio a set-list incentrati sugli album più vecchi fino ad arrivare a Dark Ride, la dice lunga sulla situazione della band oggigiorno.
Gli Helloween sono una band che non ha bisogno di presentazioni, hanno inventato un genere che ha segnato almeno 25 anni di musica Metal. Nonostante la reunion di successo, Roland Grapow e Uli Kusch non sono ancora tornati nel gruppo, anche se il loro contributo è stato fondamentale per mantenere gli Helloween tra le grandi band metal mondiali. Ma è anche vero che per gli amanti della band ci sono i “grandi” dell’epoca d’oro: Kiske, Hansen e Weikath.
In questo disco troviamo la seguente formazione: Michael Kiske – Vocals
Andi Deris – Vocals, Kai Hansen – Guitar, Vocals, Michael Weikath – Guitarr, Sascha Gerstner – Guitars Markus Grosskopf – Bass e Dani Löble – Drums.
Questa premessa era doverosa per raccontare questo album. Secondo con questa formazione e naturale continuazione della nuova era degli Helloween.
Entriamo nei dettagli tecnici: prodotti da ormai gli storici e fedelissimi Denis Ward e Charlie Bauerfeind. Il mix è stato fatto nei leggendari Wisseloord Studios di Hilversum, che hanno visto le opere dei più grandi nomi della musica – dagli Iron Maiden ai Judas Priest, dai Def Leppard ai Rammstein.
A livello sonoro il disco risulta una specie di mix tra la tradizione dei suoni naturali old-style con i livelli e il mix di un album moderno. Le batterie e il basso sono un po’ indietro sul fronte sonoro, mentre rimangono ben in evidenza le chitarre e soprattutto le due voci principali – con i cori e gli interventi di Kai sempre a fuoco e di prim’ordine.
La tracklist è formata da 10 pezzi, il numero giusto secondo me per un album (forse 8 se i pezzi fossero stati più strutturati).
Passando ai brani troviamo la opener “Giants On The Run”, un pezzo che parte con un bel riff ultima Era della band (epoca My God-Given Right), ma un po’ meno ispirato.
Il secondo pezzo “Savior Of the World” è un bell’esempio di Power metal puro in stile Helloween, bello il refrain con quel tocco di Helloween vecchia maniera, la prova di Kiske è ottima.
Come terza traccia troviamo il mid-tempo “A Little Is A Little Too Much”, accompagnata da un videoclip, canzone debole che non colpisce e lascia il tempo che trova, diventando molto velocemente un riempitivo.
Segue “We Can Be Gods”, pezzo decisamente Metal, acuto iniziale come da “Manuale del giovane PowerMetaller” e doppia cassa dritta come una macchina schiaccia sassi. Questo brano però alza decisamente il livello dell’album, sia le strofe che il ritornello (davvero efficaci) centrano pienamente l’obbiettivo e ci donano un gran pezzo, assoli armonizzati come da scuola Helloween farciscono il tutto. Ottimo brano
A seguire “Into the Sun”, una sorta di “If I Could Fly” 2025, con cori e contro-cori di Deris e Kiske, brano non male, che necessita di un alcuni ascolti prima di entrare nelle orecchie e rimanere. Un buon brano, ma che ai tempi d’oro, sono convinto, Weikath lo avrebbe scartato e messo su un album di b-sides.
Arriviamo al primo singolo dell’album: “This is Tokyo”. Brano in stile anni ’80 con un occhio in particolare sempre agli ultimi due album della band prima della reunion. Nel ritornello mi ha addirittura ricordato qualcosa di AOR come i Fair Warning di Go! Un brano pregevole, adatto sicuramente ad essere un Single.
Si continua con quello che, a mio giudizio, è il brano più bello del disco: “Universe (Gravity for Hearts)”, un autentico brano in stile Helloween, puro distillato delle zucche di Amburgo. Batteria velocissima, riff molto ispirati e decisi. Linee vocali bellissime con un ritornello che rimane come erano i brani dell’epoca d’oro della band. E sorpresa…il brano è scritto da Gerstner! Una volta questi pezzi li scriveva Weikath. Di quest’ultimo purtroppo non sento più la mano, il tocco speciale che aveva solo lui…anche solo come in pezzi un po’ dimenticati come Giants in Chamaleon o Secret Alibi sul Master of the Rings. Quel genio compositivo è completamente scomparso in questo album.
Dopo questo grande pezzo, che per un momento ci ha ricordato i grandi Helloween segue il pezzo “Hand of God”, brano con sperimentazioni più rock oriented, che non convince molto, uno dei pezzi più deboli del lotto.
Penultimo brano la happy-rock Under the Moonlight, probabilmente uno dei pezzi peggiori mai scritti dalla band. Praticamente un riempitivo per arrivare ai 10 pezzi.
Il brano Majestic, scritto da Kai Hansen, dura 8 minuti ed è un esempio di composizione lunga e strutturata, simile agli stili delle tracce Helloween o Keeper of the Seven Keys. Il risultato convince fino a un certo punto, non pienamente. Le aspettative forse erano molto alte, ma il livello generale del disco non faceva sperare bene. Ne consegue un brano che per 8 minuti cerca di creare pathos epico, non riuscendoci. Forzature vocali in diversi punti del brano non fanno altro che appesantire l’ascolto che alla lunga non convince. A contorno assoli che non hanno la dinamicità di quelli della coppia Weikath/Grapow, non hanno un filo conduttore melodico, risultando fini a sé stessi.
Alla luce di tutto ciò il nuovo Giants & Monsters supera sicuramente la sufficienza e arriva a dei livelli pregevoli in termini di composizione e arrangiamento, ma il susseguirsi di buone idee a soluzioni poco convincenti ci porta a pensare che: i nostri non sono riusciti innanzitutto a scrivere un album bello almeno come l’ultimo omonimo del 2021 e che questa reunion (esattamente come scrissi al tempo per il disco: Helloween) serva più a rimpinguare i conti in banca dei musicisti della band.
Voto: 7,5/10
John Sanchez















