Sulla carta il debutto degli ungheresi Grymheart potrà far piacere a tutti quelli che sono affezionati a band quali Ensiferum, Finntroll ed C.O.B. in primis e poi a tutto quel death melodico che si avvale di parti sinfoniche e a quel folk che sfocia leggermente nel pagan e nel black sinfonico(quest’ultimo prendetelo con molte pinze).
Se poi ci metti “due etti di materiale fantasy” hai il riassunto di quello che è quest’album.
Gábor Kovács è il deus ex machina di questo lavoro, il fondatore del gruppo ungherese power più conosciuto ovvero i Wisdom che ai primi 2000 fecero materiale che prendeva a piene mani dal power teutonico quale quello degli Helloween.
Aggiungiamoci poi che, in questo caso, l’abito fa il monaco e la copertina non lascia scampo. Abbiamo quindi la versione sotto steroidi e cattiva del power a cui si affianca appunto la componente folk e death-black.
Batteria con suoni tipici, e risoluzioni sonore di conseguenza, già provate e già ascoltate sia in ambito folk-pagan che in quello power. Aggiungiamoci che rispetto al previsto la batteria risulta corposa il giusto e né processata troppo e né lasciata allo sbando; cosa non da poco in questo ultimo periodo storico.
Le chitarre in primo piano sia quelle acustiche con arpeggi più o meno sopraffini, che le parti in distorto. Basso presente ma non eccessivamente udibile, un bene e un male allo stesso tempo. Come spesso segnalo il basso fa da collante tra la batteria ed il resto della strumentazione e farlo mancare non è un bel lavoro in post produzione, capisco che essendoci synth ed orchestrazioni parte delle attività del basso vengono coperte ma ad un orecchio più fine la cosa stona.
Le orchestrazioni di norma fanno da cornice ed abbellimento, il che non è un male visti i generi a cui si affaccia e che “normalmente” i synth e le orchestrazioni diventano parte predominante facendo perdere un pochino il complessivo della composizione.
Finiamo con la voce che principalmente è un mezzo scream e growl a cui talvolta si affiancano, non così sovente come ci si aspetterebbe, momenti in pulito con addirittura picchi quasi evocativi con coralità vocali quasi epiche.
Salvo alcuni casi le canzoni hanno la struttura pressoché identica come durata, mediamente sui 4 minuti o poco meno, batterie che favoriscono il “saltarello” tipico del folk a cui aggiungiamo appunto tematiche, alcune risoluzioni ed arrangiamenti palesemente power, come dicevano una volta “il frutto non casca lontano dalla pianta”. Non trovo né punti particolarmente buoni e neppure brani non validi o con grossi errori, siamo “nel mezzo” e si nota una certa cura compositiva nel complesso.
Questo primo lavoro “Hellish Hunt” dei Grymheart sulla carta è quindi godibile; dei motivetti, delle idee sonore interessanti e ad un primo ascolto anche d’impatto, quindi sull’immediato funzionano e queste canzoni fanno “schiappettare” e fanno “scapocciare”; ma se si ascolta tutto di seguito o più volte di fila, risulta monotono e il cantato distorto non spicca particolarmente e tutto risulta “nella media” come ho scritto prima. L’idea di base c’è, l’attitudine e l’esperienza anche ma poi la paura di fare qualcosa troppo “fuori dal genere” è tale per cui la band non si sposta da strade percorse troppe volte da troppe band e il risultato è “è perché ascoltare una band che sembra nuova ma è come molte altre?”.
Voto: 6/10
Alessandro Schümperlin















