“Tre cose non possono rimanere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità” Buddha
…E chiaramente i Gojira. Sì perché i Gojira sono un’entità che nel corso di questi ultimi 15 anni ha creato album dopo album un suo stile, una sua voce e un sound che è unico. Una volta ogni 20-25 anni in una zona non ben identificata del mondo nasce una band che riunisce: eleganza, potenza, originalità, talento e quella band al giorno d’oggi sono i Gojira. Il Rock è questo…è chiunque dica che è morto lo dice o perché ascolta gruppi che sono morti prima di esistere o gruppi che sono già morti, solo che non lo sanno…o lo sanno, ma non lo vogliono ammettere.
Dal terzo splendido album From Mars to Sirius la band francese ha piantato nell’arida terra di un metal ormai asfittico delle intuizioni geniali che nel momento appena dopo la loro pubblicazione tutti ci siamo chiesti: caspita ma era così semplice…chissà perché non ci abbiamo pensato prima…Capita sempre così nei confronti dei grandi maestri della pittura d’arte contemporanea: Pollock, Rothko, Fontana, Savinio, Carrà, de Kooning, Mirò ecc…Se era così semplice, perché non è stato fatto prima? Una delle risposte possibili è che quello che arriva dall’Arte Contemporanea non è la tecnica stilistica, ma il concetto, il messaggio, il punto iniziale di un’idea, che si tramuta in opera d’arte. L’artista è finalmente scevro dalla “committenza” e si esprime fuori dagli schemi tematici e propagandistici.
Ma torniamo a questo nuovo bellissimo Fortitude, edito dalla storica Roadrunner Records, 11 tracce che sono disposte lungo l’album in modo che l’ascoltatore possa addentrarsi nell’opera canzone dopo canzone. Potremmo dividere l’album in due parti, la prima che corre tra l’opener Born for One Thing, la “roootsiana” e tribale Amazonia, il singolo (canonico) Another World e la classiche Hold On e New Found. Fin qui sembra che tutto vada liscio…ma siamo molto negli standard della band, qualcuno direbbe: “nulla di chè”…ma un nulla di chè che sarebbe oro colato per l’80% delle band sulla terra. A un certo punto alla sesta traccia accade qualcosa, c’è un giro di boa per l’album che acquisisce una dimensione diversa e il Progressive metal comincia a ramificare, le strutture sono più complesse, ma andiamo con ordine…la Titletrack (attenzione la Titletrack dell’album) entra come un pezzo registrato in presa diretta in una sala prove…un approccio Unplugged con i dei cori di voci pulite che intonano una melodia quasi shamanica, sta succedendo qualcosa…è un’introduzione. È come essere in mezzo a una valle e sentire l’eco della tempesta che si avvicina, si alza il vento, l’aria si raffredda…e ad un tratto arriva The Chant, il tema è già nelle nostre orecchie dal pezzo precedente (una sorta di Parabol – Parabola), le voci tra il recitativo e il cantato in “profondità” mi ricordano gli ultimi grandissimi Katatonia…il mid tempo di Marco Duplantier è possente e cadenzato, il pezzo è onirico…trascende il tempo e la mente viaggia nei pensieri e negli spazi della psiche. Questo è PROG. Ad un tratto torniamo sulla Terra e si apre Sphinx…i Gojira sono un magma unico che avvolge tutto…il bpm più moderato da spazio alla proposta nella sua essenza musicale, le melodie in minore si aprono, le armonie vocali si mescolano con l’alternanza di cori, voci ruvide e la stupenda voce in growl di Joe Duplantier, il Riff è possente, granitico, preciso e senza indecisioni. È tutto performante e a fuoco. I Gojira sanno benissimo cosa stanno facendo. Non facciamo in tempo e “riprenderci” da questo ultimo pezzo che arriva come un qualcosa da lontano in fede-in, un riff introduttivo come dei lampi in lontananza, i riff disegnano un panorama e a 1 minuto e 01 secondi parte Into The Storm, un pezzo strepitoso in pure stile Gojira con quelle aperture sognanti, riff serrati, i chiaro-scuri tra il ritornello e le strofe sono forti come come l’oscillare di un candelabro a soffitto in una stanza buia, che porta su quello che stiamo vedendo, musicalità visiva. Segue la sognante The Trails, dalla struttura ermetica. La voce pulita quasi sussurrata dona al pezzo una dimensione intimistica e di passaggio. Alla fine dell’album troviamo Grind, riff sincopati, arpeggi aperti, sovrastrutture di basso e chitarre, voci e cori che si alternano in un mood corale che va in chiusura del pezzo come la fine di un viaggio, il fede-out con il volume ci riporta al mondo odierno. L’arpeggio che da metà canzone diventa ossessivo mi ricorda un po’ Universal degli Anathema e il tutto è meno canzone e più opera, si aprono i confini e rimaniamo immersi in un climax sonoro.
La band francese con questo Fortitude porta la propria proposta a un livello ancora ulteriore di ricerca sulle strutture. Ormai non esiste un genere descrittivo del loro musica, sono perfettamente consci del loro straordinario talento tecnico e compositivo. I Gojira, esattamente come il mostro di origine giapponese che incarna la paura di un popolo per un’entità soprannaturale creata dalla follia dell’uomo stesso, hanno creato una Forza Generatrice che è ormai distante anni luce dalla mediocrità del metal odierno, sono una di quelle band che creerà sempre qualcosa di assolutamente superiore alla normalità, sono come quei pittori che citavamo all’inizio dei questo articolo. Sono liberi di esprimersi per ciò che sono e non per quello che dovrebbero essere, perché i Gojira “Sono”, i Gojira “Esistono”. Ed è un fatto irrefutabile, indiscutibile…come il Sole, la Luna e la Verità.
“Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone” John Steinbeck
Voto: 8,5/10
John Sanchez















