Dopo appena un anno dalla sua formazione, esce il primo disco della nuova band con base svedese Flames of Fire. Il titolo è omonimo e le radici di questo gruppo risalgono addirittura al 1987, quando due degli attuali componenti si conobbero al burger della loro città natale, Jonkoping. Si trattava del cantante Christian Liljegren e del chitarrista e compositore Mats Ake Andersson che di li a poco diedero vita a due formazioni: i Venture e gli Zaragon.
Le strade si sono incrociate nel 1997, quando il cantante già militava nei Narnia e ogni volta che i due si sono incontrati si sono ripromessi di fare qualcosa insieme. L’occasione è giunta ora, con il coinvolgimento di altri personaggi di qualità della scena metal del nord Europa, come il polistrumentista e produttore Jani Stefanovic che ha poi realizzato il disco che porta il nome della band.
La musica proposta dai Flames of Fire è un hard rock fortemente influenzato dal neoclassicismo di Yngwie Malmsteen, che compare più o meno nel novero dei brani, ma è un filo conduttore dell’intera opera con le sue varie declinazioni.
Dei Flames of Fire mi sono piaciute molte le tessiture e le partiture, l’uso equilibrato ma deciso delle chitarre che costruiscono linee portanti e riff in modo sapiente. Non mi hanno fatto lo stesso effetto le parti vocali, non tanto per la voce di Christian Liljegren, che sembra ben utilizzata, quanto per la scontatezza di certi cori e ritornelli, con rime come madness\sadness oppure fire\desire che, francamente, hanno veramente stufato.
Dove si osa qualcosa di diverso, come in “I Am” e , in parte, “Gloria” ecco che vengono fuori due brani molto accattivanti e di spessore che sono sicuramente molto interessanti, con il secondo cui è stato affidato il compito di fare da singolo apripista, con connesso video.
In un contesto che pare legato a certe atmosfere degli anni 80 con il riferimento ai Rainbow, spicca l’epica “Solution” brano di ben nove minuti che sembra provenire dal passato con ampie linee melodiche delle chitarre in un ambito di ampio respiro, più rarefatto con una conclusione affidata ai violini che sorprende non poco.
Echi di Alcatrazz in “Time to live” e “Soldiers of the King” e in generale nelle altre tracce di un disco che forse poteva essere più curato ma che, probabilmente, come dicono nella biografia, è stato fatto anche a distanza a causa dell’emergenza sanitaria, perché i membri sono abbastanza sparsi in vari paesi e la realizzazione è avvenuta in piena pandemia. Non so se Flames of Fire sia un progetto destinato a durare, ma un maggiore amalgama fra i vari componenti e l’abbandono di certe scorciatoie sulle parti vocali potrebbero partorire qualcosa di molto buono in un prossimo futuro.
Voto: 7/10
Massimiliano Paluzzi















