Recensire il nuovo Dream Theater nel 2025 non è cosa semplice, sono passati circa due mesi dalla sua uscita e ho volutamente atteso questo tempo per cercare di tornare all’epoca in cui ascoltavo da ragazzo i loro dischi in musicassetta e ne assaporavo ogni canzone, ogni minuto, ogni passaggio. Ascolto dopo ascolto, ascolto dopo ascolto…
Quello che al tempo era un mezzo normale di supporto, oggi antiquato, “costringeva” l’ascoltatore a un ascolto quasi forzato…non c’erano playlist chilometriche ripiene di migliaia di band nel quale poter skippare da un gruppo all’altro, il nastro passando da una bobina all’altra aveva un solo unico lettore che era la testina e tu o mandavi avanti la canzone e ci voleva qualche secondo in modo che la testina riconoscesse l’inizio della canzone successiva oppure cambiavi cassetta. Punto.
Accadeva così che interporsi a un disco non era solo “sentire” come accade speso oggigiorno, ma si “ascoltava” un album.
Band come i Dream Theater fanno parte di un mondo che è Prog, nella sua forma distintiva, quella d’essere stratificata e occorre sentire più e più volte i brani. Il cervello non riesce a elaborare tutte le sfumature che un disco Prog ha registrato dentro di sé, con unico ascolto.
Questa è la premessa affinché si comprenda del perché questa recensione è uscita solo 2 mesi dopo l’uscita dell’album. La band inoltre non è una band normale, una di quelle volenterose e piene di speranze che pullulano il metal odierno, ma sono i Dream Theater.
Un’autentica istituzione nel panorama mondiale. Forse l’ultima grande band di una generazione, l’ultima grande band che nonostante i tempi dispari, le suite da 20 minuti e i suoni non proprio radio-oriented, riempie ancora i palazzetti di mezzo mondo.
Il fattore di grande particolare interesse su questo album da 13 anni a questa parte è che è tornato dietro le pelli l’unico e vero batterista dei DT, uno dei membri fondatori e una colonna portante assoluta dei capolavori inarrivabili dei nostri: I&W, Awake, Change of Season. (Scenes from a memory non lo considero ai livelli di questi dischi in quanto erano con Rudess già un’altra cosa – Kevin Moore forever)
Il nuovo album dal titolo Parasomnia è uscito il 7 febbraio di quest’anno sotto l’etichetta Inside Out, consta di 8 brani (il numero perfetto per un album)
In apertura la bella: In the arms of Morpheus (ottimo intro/brano dove si delinea il sound cupo e ombroso dell’album). Segue la fantastica Night Terror (già singolo uscito alcuni mesi prima ed eseguito durante la data del 25 ottobre 2024). Il brano è un ritorno al sound dell’ultimo album con MP, un massiccio prog-metal. Il ritorno di Portnoy è assolutamente in primo piano, i riff sono nello standard della band, gli arrangiamenti sono in pieno stile DT, ma quello che è cambiato è quel timing, quel groove che mancava negli album precedenti. Mancava quella parte “rock” selvaggia, aggressiva e piena di feeling. E’ difficile da spiegare, ma MP è uno dei pochi batteristi che ha uno stile talmente personale che si sente in ogni contesto lui suoni.
Segue A Broken Man, un brano che sembra praticamente il continuo musicale del precedente, batteria metal, stacchi molto veloci, controtempi articolati, rifiniture di Petrucci e Portnoy in primo piano, tra riff sincopati e ritmiche serrate. Dai primi ascolti il brano potrebbe sembrare un po’ ripetitivo, ma in realtà passando le settimane e gli ascolti emergono diversi intrecci ritmici tra JP e MP; Petrucci come nei tempi d’oro ricama riffs e strutture anche sotto ai cantati, le stesse strutture complesse melodicamente si “parlano” con le parti di tastiere e batteria.
Segue un pezzo dalla durata di oltre 10 minuti: Dead Asleep, un brano strutturato con una melodia molto evanescente nella prima parte per poi partire con un riff sincopato, fino ad arrivare al solo di scuola petrucciana melodico e cantabile.
Il brano è sempre sullo stile di Black Clouds, ma la parte centrale ci riserva un incastro solistico che richiama i ’90…soprattutto nel suono della solistica di Petrucci…meno carico, come al solito, di gain e più “pulito”…anche se il suono magnifico di Falling Into Infinity e Awake ce lo sogniamo ancora di notte.
Arriviamo dopo questo lungo brano di “assestamento” a uno dei miglior pezzi del disco: Midnight Messiah, una sorta di Root of All Evil targata 2025, riff potenti, dinamiche in crescendo, stacchi repentini, Portnoy che mette i suoi famosi max stack a sottolineare gli accenti, progressioni armoniche molto interessanti e pieni di quello stile e sound che li ha resi una delle più grandi band del mondo.
Dopo il breve intermezzo di are we Dreaming? Posto a pausa di stacco per portare al duo finale di pezzi che ci portano a quasi mezz’ora di musica.
Penultimo brano del disco quindi la bella e sognate Bend the Clock, un qualcosa di simile alle strutture utilizzate in Astonishing e l’album omonimo Dream Theater con la stilistica di Petrucci davvero stellare, che sottolinea ancora una volta la grandezza di JP. Quel lirismo unico e il suono della chitarra come solo Petrucci è in grado di fondere.
Nel finale di questo grande nuovo album dei Dream Theater troviamo una suite prog come non poteva non mancare in un disco Prog Metal che si rispetti; lo spettro sonoro e gli ambienti musicali sono molto vicini a A Nightmare to Remember, ma con alcuni richiami più ariosi del periodo Six Degrees.
Bellissima la parte del refrain dove Labrie canta delle melodie davvero ottime e Petrucci con MP ricama delle ritmiche serrate, ma articolate, un richiamo a quel riffing che l’aveva fatta da padrone nel periodo Train Of Throught.
Venti minuti di canzone dove troviamo l’intero repertorio dei DT, cambi di tempo, strutture complicate e disparti, aperture melodiche epiche, assoli al fulmicotone, un lavoro di Rudess come sempre a completamento per creare profondità sonora.
In definitiva questo album è un grande ritorno della band, non a livello stilistico ai grandi capolavori citati a inizio di questo articolo, ma perché i Dream Theater con questo album tornano ad avere una forma originale, un corpus unico di senso unitario del sound della band. Gli album dell’ultima decade sono grandi album, ma avevano la pecca di non avere quel qualcosa inpiù che era tanto riconoscibile almeno fino a A Systematic Chaos (album che trovo tra i peggiori della band).
Il ritorno di Portnoy riporta interesse sulla band, ridà anche solo con il suo sound (non è citato tra i produttori del disco) nuova linfa vitale a un mostro sonoro che ormai dopo 40 anni di carriera non deve dimostrare nulla, ma che ci stupisce ancora perché come i Dream Theater suonano solo i Dream Theater.
Voto: 8,5/10
John Sanchez
















