Prevista per la fine di ottobre 2023 la release del nuovo album dei mitici Dokken. Finalmente, direi. Dopo tutti questi anni di inattività discografica… e soprattutto dopo che i fans sono rimasti sgomenti a causa dei maledetti problemi di salute del grande Don… che per ora sembrano acqua passata.
Il tredicesimo album della band è, diciamolo subito, un album che nel suo complesso si mantiene a livelli più che dignitosi tecnicamente, compositivamente e a livello di produzione (curata dal grandissimo Bill Palmer, anche ospite alla chitarra acustica nel finale unplugged “Santa Fe”). Tenendo sempre presente il passato artistico della band di Don Dokken, almeno sulla carta le 10 composizioni si indirizzano discretamente sul tradizionale Hard Melodico di impronta ottantiana, caratterizzate dalla voce del nostro, anche se ormai comprensibilmente lontana dagli acutissimi e dai corali “angelici” di perle del passato come l’epocale “In My Dreams”. Personalmente sono grato a Mr. Dokken per continuare su questa strada senza stravolgimenti di sorta. Il problema è, appunto, l’età, e forse un po’ di affanno dovuto ad essa, che non permette più eccessivi picchi qualitativi. Ricordiamo che siamo lontani anni luce dalla formazione storica della band, il trio Lynch/Pilson/Brown. Don ha relegato quella line-up “al passato”, preferendo gente capace di “rinnovarsi”. Da anni troviamo come chitarrista solista e co-songwriter il suo avvocato, Jon Levin, tecnicamente ineccepibile quanto… forse un po’ affetto da smanie di protagonismo. E’ proprio questo che emerge praticamente da ogni song: i guitar solos presenti tanto all’inizio quanto nella parte centrale dei brani sono avvezzi alla velocità “shredding” più selvaggia, mostrando un controllo della melodia ed una precisione comunque pregevoli, ma forse utilizzati in maniera un po’ eccessivamente avventata. Oppure piuttosto “giovanile” se vogliamo. Il nostro si mette in mostra quasi senza utilizzare fraseggi funzionali alle canzoni, e dall’altra parte la voce di Dokken, già penalizzata da un registro non più eccessivamente alto, passa spesso in secondo piano. A volte sembra un album di un chitarrista/cantante shredder, oppure un album più guitar-oriented. Non siamo esenti da brani incisivi quali l’epica, classicamente hardeggiante “Is It Me Or You?” e la zeppeliniana “Saving Grace” o ad episodi più rocciosi quali “Gypsy” e “Over The Mountain”, tanto quanto la particolare “I’ll Never Give Up” con dei cori che rimandano ai più blasonati anni ’80… purtroppo un altro neo di questo disco è la flessione qualitativa verso il basso dell’ultimo tris di canzoni. Ad esempio la romantica “I Remember” in cui Don Dokken mostra la corda, arrochendosi e non riuscendo più a trovare la chiave espressiva dei bei tempi. Neppure una canzone acustica, la già citata “Santa Fe”, simboleggia un finale di album particolarmente esaltante. Purtroppo i tempi di “Back For The Attack” sono belli che passati. Ricordo il Don Dokken che si manteneva a livelli egregi durante un decennio totalmente scevro da melodie FM come i ’90, ma purtroppo “Heaven Comes Down”, pur pregevole in senso generale, viene penalizzato dagli elementi descritti sopra. Debbo dire che, rispetto agli eccessi sterili di tanti singer “diversamente giovani” di oggi, il signor Dokken ha raggiunto la sua età (artistica e personale) in maniera più discreta e dignitosa, tenuto conto anche dei suoi problemi di salute. E a parziale scusante bisogna anche ammettere che dopo una certa età è sempre più difficile mantenere a livelli “giovanili” il Rock-Metal più cromato di FM. Cosa dire in finale… gli anni passano per tutti. Voglio solo sperare che in futuro (se un futuro ci sarà) la band decida di tracciare una strada un po’ meno “chitarristica” (e lo dice un chitarrista) e più concentrata, se possibile, sull’espressività del padrone di casa…
Voto: 6,5/10
Alessio Secondini Morelli















