Spesso nelle recensioni che faccio cito la mancanza di personalità come elemento negativo, ma cos’è la personalità? Per me significa che quando si sentono 10 secondi di un brano, si riesce immediatamente ad attribuire la musica che sentiamo a un gruppo.
Ebbene, questo accade con “Life”, nuova fatica dei DGM, gruppo romano ormai noto nel mondo del metal e non solo. Ogni brano di questo long playing è facilmente riconoscibile, perché il tratto di DGM è inconfondibile.
Come ho detto a loro sui social, per me “The Secret.part 1” è una delle migliori song metal italiane e una delle più brillanti a livello assoluto e non manca mai in qualunque mia playlist.
Paragonando i brani di “Life” a questo capolavoro, ci sono pezzi che ne ripercorrono lo stile come la strepitosa “Unreavel the sorrow”, oggetto anche di un video molto bello, e tanti altri. Nessuno arriva a quei picchi compositivi, ma, mediamente nessun solco delude e il livello, soprattutto esecutivo, è stratosferico.
Quello che intriga, ma non sorprende vista la presenza di Simone Mularoni, affermato e rampante produttore, è il suono molto caratteristico, che miscela perfettamente l’irruenza metallica della chitarra di Mularoni, una sezione ritmica potente e precisa di Andrea Arcangeli al basso e Fabio Costantino alla batteria, la tastiera superprog di Emanuele Casali, oltre alla voce evocativa al massimo di Marco Basile.
Il mio amore musicale per i DGM è stato confermato da un concerto, qualche anno fa, a Cerreto Guidi (Firenze) dove la band mi impressionò anche per la grande presenza sul palco e per la potenza interpretativa dal vivo di brani peraltro molto elaborati.
Quindi sono rimasto deluso da “Life”? Assolutamente no, perché, come ripeto, i livelli sono altissimi, ma manca l’hit che avrebbe reso questo disco ancora più importante. Spero di essere riuscito a fare comprendere bene il mio pensiero, dato che mi auguro siano in moltissimi ad ascoltare questa grande produzione italiana.
Per quanto riguarda i brani, detto di quello iniziale, “To The Core” è quel prog melodico con derivazione power che davvero è un marchio di fabbrica della band, con quei break che sono incisivi come poche altre volte riusciamo a ascoltare, dove compare anche un organo tipo hammond che duetta alla stragrande con la chitarra. Con “The Calling” il tempo rallenta, conferendo una ventata di epicità al tutto, che esalta la teatralità vocale di Basile.
Un djent assolutamente di classe caratterizza “Second chance” , brano molto positivo anche dal punto di vista del messaggio, per una band matura anche sotto questo aspetto. “Find your way” è decisamente melodica e ritmata, sia pure nel contesto power-prog della band, più o meno come “Dominate”, molto riuscita a sua volta, anche se i brani tendono a assomigliarsi, in qualche modo.
La strumentale “Eve” rimanda a certe sonorità sintetiche della produzione fusion evoluta di Allan Holdsworth, mentre “Journey to nowhere” risulta più sinfonica e questa non è una caratteristica negativa per il suono dei DGM, che fanno della coralità un loro punto di forza. “Leave all behind” conferma che il continuo accostamento ai Symphony X non è un’invenzione e, comunque , i DGM reggono alla grande il confronto, soprattutto per il fraseggio chitarristico-tastieristico. “Neuromancer”, che trae spunto da una pubblicazione di successo, è certamente il brano più progressive del lotto, mettendo in evidenza anche una vena malinconica che impreziosisce “Life”. Una suggestiva versione acustica della iniziale “Unreavel the sorrow” chiude il disco, l’undicesimo di una storia musicale che ha ancora molto da dire.
Voto: 8/10
Massimiliano Paluzzi















