Nuova proposta per i Carving che, tramite Massacre records, rilasciano il loro settimo lavoro, tra demo EP ed album, ed è un poderoso ritorno al passato.
Partendo dalla copertina che ha un certo sapore di fine anni 90 dello scorso secolo, che ora fa tenerezza se vogliamo. Non è una brutta copertina, ma è parecchio scontata e forse avrebbe potuto dare un buon effetto, ma con altre risoluzioni sia di qualità di grafica che di colori.
Contestualmente le dieci tracce hanno anche loro lo stesso tipo di condizione, abbiamo un mix tra black metal sinfonico, death metal e parti cinematiche e quasi epiche, ma in questo momento storico il risultato proposto è quello simile di un’azione di “Amarcord” e di “eravamo così fighi dieci anni fa, proviamo a proporre lo stesso metodo di composizione e di arrangiamento”.
Purtroppo la mossa non è per nulla funzionale a mio avviso. Esclusa la parte di ricordo del metal estremo anni 90 e primissimi 2000, non vi è molto di più. A volte le scelte di mixer non sono ottimali, vedi ad esempio il volume ballerino delle tastiere e dei synth che non aiuta, perché a casaccio alcuni suoni delle tastiere di colpo salgono in modo esponenziale dando noia all’ascoltatore, sovrastando parzialmente pure la voce.
La scelta poi di iniziare, o infilare verso il centro della traccia, diverse canzoni con lo stacco chitarristico in acustico-classico, bello sia chiaro, ma fa tanto black metal primi anni ’90.
Certi passaggi invece sono riconducibili a quella parte di folk metal stile Equilibrium, Tyr ed affini con: cavalcate di voci, chitarre e batteria che fa tanto epico e fa anche tanto “Amon amarth”.
“Death march”, la titletrack “Call of the sirens”, “Blood ov franconia”, “Mich packt die Wut” e “Star by star” sono un esempio di ciò che si è scritto, ed avete letto, fino ad ora.
Strutturalmente non è un brutto lavoro, ma ha delle scelte tecniche, di arrangiamento e di post produzione che forse avrebbero dato fasto alla band circa dieci o quindici anni fa, ora sono un pochino troppo vetuste come opzioni.
Neppure l’uso di più di una lingua (inglese, tedesco e russo) può portare oltre la band. Mossa interessante, ma non sempre funzionale.
E’ un brutto lavoro? NO, ma neppure un lavoro per cui urlare al “Capolavoro”. I carving fanno il loro e dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio di essere appassionati di un vecchio modo di fare metal e non si scostano, purtroppo per loro, da quel meccanismo compositivo e di arrangiamento. Peccato.
Voto: 7/10
Alessandro Schümperlin















