Dopo anni, l’oscuro sipario che ammanta le Alpi elvetiche si risolleva sul palco della macabra commedia dei virtuosi svizzeri Coroner, vera colonna del techno-thrash più oscuro e sarcastico, la quale segnò molte importanti formazione dedite alla violenza tecnica (vedasi i grandi Annihilator) tra la fine degli ‘80s e l’inizio dei ‘90. La domanda che molti si ponevano è se quel palcoscenico sarebbe stato infestato di ragnatele e troppo legato alla sperimentazione atmosferica di Grin, disco notevole ed interessante, ma che perdeva la verve compositiva e la frenesia onirica del three-piece elvetico.
Per nostra fortuna, Vetterli e Broder, con il nuovo innesto Rapacchietti al drumkit, hanno ripreso la loro evoluzione artistica facendo un passo indietro a Mental Vortex ma ricordando quanto fatto di buono su Grin per quel che concerne la ricerca dell’atmosfera e dell’oscura introspezione.
Quel che emerge dal laboratorio dei nostri tre Frankenstein, è una creatura meravigliosamente e spettacolarmente contorta dal nome di ‘Dissonance Theory’, la quale, già dalla prima track ‘Consequence’ (anticipata dall’intro ‘Oxymoron’), travolge l’ascoltatore con fluide architetture composte di magma nero, in grado di creare percorsi frenetici e virtuosi, figli di ‘No More Colors’ ed il già citato ‘Mental Vortex’, ma asfittici come ‘Grin’.
Questo dualismo appare ancora più chiaro nella traccia successiva ‘Sacrifical Lamb’, dove la viscosa ossessione di ‘Grin’ si unisce ad un lavoro di chitarra spezzato ma tutt’altro che minimale, con Vetterli che viene doppiato magistralmente dalla batteria di Rapacchietti, e la voce di Broder, sempre aspra come ai tempi di ‘Punishment…’ aggiunge anche una profondità che rende il tutto più avvolgente, come le spire di un boa.
Questo boa, però, ha la velocità ed i denti avvelenati di un cobra e le successive ‘Crisium Bound’ e ‘Symmetry’, dove si alternano arpeggi inquietanti, accelerazioni fulminee che risalgono anche alle prime due release della formazione rossocrociata, e stacchi cadenzati ed allucinati. La chitarra di Vetterli sforna intricate geometrie di ossidiana levigata e incide i suoi geroglifici divinatori con assoli di altissima fattura, il tutto supportato da una spietata sessione ritmica che sorregge tempi tiratissimi e aritmici.
Tutta questa veemenza compositiva riesce, comunque, ad essere eclettica ed mutare forma con ‘Transparent Eye’ o la letalmente sinuosa ‘The Law’: due brani che si aprono con un piglio atmosferico ed ossessivo, il tutto figlio di ‘Grin’, ma arricchito di quella febbrile strutturazione del periodo ‘No More Colors’, con il risultato di una straordinaria amalgama da parte della band che ci colpisce con nenie che si trasformano in galoppate paragonabili alle incursioni dei quattro cavalieri dell’Apocalisse, ma in un teatro catastrofico che ha la cupezza cataclismatica vicina alle atmosfere dei Fear Factory dei tempi migliori.
Con ‘Trinity’ andiamo nella complessità visionaria che ha un sapore quasi siderale, grazie alle progressioni chitarristiche di Vetterli e ad un intro che ricorda vagamente Arcturus e Covenant, per poi snodarsi in un mid-tempo gelido e frenetico degno del miglior black metal progressivo, portato al suo apice da uno splendido assolo visionario dello stregone svizzero della sei-corde.
Si torna agli assalti frontali con ‘Renewal’, che toglie il fiato per la ferocia della sessione ritmica e per la voce rabbiosa e rancorosa di Broder che ricorda certe asprezze di Petrozza, ma in chiave più tecnica e con un’interpretazione più calda e sofferente, prima di esplodere in un refrain che ha sempre il sapore profetico di un imminente olocausto al quale non ci possiamo e non ci dobbiamo arrendere, prima di chiudere questo viaggio negli inferi post-metropolitani con paesaggi desertici che inghiottono cattedrali d’acciaio sulle note brutali di ‘Prolonging’ dove un hammond quasi in stile Deep Purple si fonde al thrash oscuro e virtuoso dei Coroner, i quali ci offrono una sorta di loro versione di quello che è ‘End of the Beginning’ dell’ultimo Black Sabbath, prima di sfumare tutto in un sussurro nervoso.
Un album in cui buttarsi totalmente, perché qui vi è tutto il meglio dei Coroner; tutto il meglio, non per rivivere il passato, ma per costruire un futuro con gli stessi mezzi e la stessa natura oscura, decadente ma allo stesso tempo esplosiva e pirotecnica del thrash più virtuoso, lingua perfetta per i tempi difficili che i nostri tre macabri rapsodi della Confederazione Elvetica ci spingono a vivere e non a subire. Un album indispensabile come una bussola in mezzo al deserto di relitti sintetici dei giorni nostri.
Voto: 9/10
Andrea Evolti















