Partiamo subito da un presupposto: non siamo di fronte ad un album clone degli Iron Maiden. Quindi coloro che si attendono una sorta di The Number Of The Best part II o comunque una resurrezione di quelle sonorità resteranno delusi. Certamente però abbiamo di fronte un disco ottimo, suonato in maniera eccellente, composto da buone canzoni, che fanno gridare al miracolo, ma che confermano le qualità di uno dei migliori cantanti in circolazione a livello assoluto e non solo in ambito metal. Detto questo The Mandrake Project è tutto quello che Bruce Dickinson vuole essere fuori dai Maiden, che prosegue la via tracciata da Tyranny of Souls, ma che è ben distante da a altri lavori come The Chemical Wedding o addirittura il più sperimentale Skunkworks, adorato da chi vi scrive, ma ultra criticato dai fan storici dei maiden. Si ripescano dei suoni di Balls to Picasso, ma soprattutto nelle partiture più hard rock. Si perché The Mandrake Project pur essere un pregevole album di metal, mette in risalto momenti molto rock, come ritornelli accattivanti e melodie attraenti. Aspetti che solitamente non sono riconducibili al Dickinson più famoso e che ne risaltano ulteriormente la sua voce versatile. Afterglow of Ragnarok apre il disco e sintentizza alla perfezione i suoi contenuti e francamente si presenta anche come un buon singolo. Si prosegue quindi lungo la stessa via con Many Doors to Hell o la granitica Rain on the Graves, con il ritmo di Resurrection Man, per poi lasciarsi avvolgere da Fingers in the Wounds, dove viene fuori tutto l’aspetto sentimentale della “sirena”, con attimi arabegianti. Poi il pezzo che non ti aspetti, come il ripescaggio di Eternity Has Failed da The Book Of Souls, l’unico episodio che sarebbe stato meglio evitare perché nel disco sembra davvero fuori contesto. Per il resto tutto scivola alla grande e onestamente è sempre piacevole sentire la sua splendida voce.
Voto: 7,5/10
Maurizio Mazzarella















