The Symbol Remains è il quattordicesimo disco dei Blue Oyster Cult. L’ultimo lavoro in studio risale ormai al 2001 e quindi l’uscita di questo lavoro la salutiamo come un evento molto gradito per chi ha sempre seguito e amato il leggendario combo newyorkese. Qui su Giornale Metal. it abbiamo di recente parlato di alcuni loro dischi dal vivo di varie epoche e ogni occasione risulta buona per ricordare quanto i Blue Oyster Cult siano importanti nella atoria del rock duro. Esistono da oltre cinquant’anni e hanno creato negli anni Settanta un suono unico, diverso da tutti gli altri. In loro confluiscono elementi esoterici, fantascientifici e oscuri uniti a una capacità innata di creare brani di puro rock and roll. La magica chitarra di Donald Buck Dharma Roeser e’ ancora in grado di dispensare meraviglie cosi come la voce di Eric Bloom ci sa ancora raccontare storie con quel suo timbro particolare. La formazione è completata da Ritchie Castellano (chitarra e tastiere), Danny Miranda (basso, già con i Queen+Paul Rodgers) e da Jules Radino (batteria). Nel primo brano That Was Me e’ presente come ospite il batterista storico Albert Bouchard. Questo primo pezzo apre le ostilità con un riff duro e incisivo. La musica scorre subito agile e decisa. La band appare in gran forma. Box In My Head è un altro bel rock dotato di efficace linea melodica. Tainted Blood è più rallentata nel ritmo con atmosfere intense e accattivanti in cui emerge la splendida chitarra di Buck Dharma in alcuni passaggi. Nightmare Epiphany è un pezzo che si gioca su una ritmica ossessiva con le melodie vocali e chitarristiche che sembrano provenire da una pellicola di Quentin Tarantino. Edge Of The World è un brano dall’atmosfera tesa e insinuante, con altri pregevoli spunti di Buck Dharma. The Machine è un bel rock’n’roll nella migliore tradizione.. Un giro di armonica apre Train True (Lennie’s Song), un brano che nelle sue parti accelerate ci ricorda The Red And The Black dal secondo album Tyranny And Mutation del 1973. The Return Of St Cecilia presenta un andamento spedito arricchito da efficaci break. Stand And Fight, alzati e combatti, già per il titolo ci piace. Una linea di basso subito integrata da chitarre e batteria ci porta un riff pesante e massiccio che ci prende visceralmente. Il giro iniziale di Florida Man ci fa pensare un attimo al mitico hit Don’t Ferar The Reaper del 1976 ma poi il pezzo si sviluppa diversamente con un refrain ipnotico e suggestivo. Un riff incisivo e drammatico ci introduce i sei minuti di The Alchimist. Forse il momento più alto del disco, questo brano ci regala momenti esaltanti infarciti di chitarrismi sempre notevoli. Anche qui a tratti riaffiorano tracce di gloriosi frammenti del passato, cose come Astronomy del 1974 e Veteran Of The Psychic Wars del 1981. Si prosegue con la piacevole Secret Road. There’s A Crime parte con furia e ci ricorda il piglio con cui i B. O. C. eseguivano dal vivo la mitica Kick Out The Jams ai tempi del live Some Enchanted Evening del 1978. Il disco si chiude con Fight, un brano che ci accompagna al temine dell’ascolto con classe ed eleganza. I Blue Oyster Cult ci hanno messo tanti anni per regalarci nuovo materiale ma il succoso contenuto di The Symbol Remains ci ripaga pienamente della lunga attesa.
Voto: 9/10
Silvio Ricci















