Partiamo da un dato: la copertina. Sempre bella e intrigante, capace di catturare l’attenzione. Ma non sempre rispecchia la qualità della musica contenuta nel disco; anzi, negli ultimi 15–20 anni quasi mai.
Ed è proprio questo il nodo del problema: la musica. Che poi è la questione principale, mentre la copertina resta solo un di più, un contorno.
Come ho già detto più volte, viene spontaneo chiedersi: forse non sarebbe meglio fermarsi? Ha davvero senso questo accanimento terapeutico (musicale) su una creatura ormai agonizzante e priva di qualsiasi elemento di innovazione? È davvero necessario pubblicare un disco con cadenza biennale? Oppure sarebbe meglio prendersi più tempo, magari far uscire un album ogni 4–5 anni, cercando una maggiore ispirazione compositiva? In altre parole: pochi album, ma buoni — ammesso che prendersi più tempo serva davvero a cambiare qualcosa.
Eppure, appena iniziato l’ascolto del disco, le premesse non erano così malvagie. La prima parte dell’album risulta relativamente “fresca” — almeno rispetto allo standard a cui il buon Axel ci ha abituati negli ultimi anni — e presenta anche qualche spunto interessante.
A partire dalla malinconica e potente “Guillotine Walk”, fino ad arrivare a “Breaking Seals”, che vede la partecipazione di Udo Dirkschneider e introduce qualche elemento di novità. Anche la stessa title track, “Ghost Town”, dotata di un gran bel tiro, lasciava presagire un piccolo passo avanti rispetto al piattume a cui ci aveva abituati negli ultimi vent’anni di carriera.
Poi però, nella seconda metà del disco, si ricade nei soliti errori. Riff di chitarra che sembrano usciti da tutti i dischi precedenti, le stesse linee melodiche, la solita alternanza tra mid-tempo e up-tempo. Tutti brani abbastanza scontati e prevedibili, che danno la sensazione di un continuo déjà vu.
La ballad “Towards The Shore” rappresenta, a mio giudizio, il punto più basso del disco: di una noia mortale, da sbadiglio dall’inizio alla fine. Non ascoltatela se avete sonno, perché rischiate seriamente di addormentarvi.
Axel Rudi Pell ha prodotto personalmente gli undici brani di “Ghost Town”, con Tommy Geiger (Blind Guardian), che si è occupato anche del mixaggio, fornendo un prezioso supporto tecnico durante le sessioni di registrazione presso i Blind Guardian Studios di Grefrath.
Credo che il voto finale possa essere un 6 politico: la prima parte del disco potrebbe valere un 6,5 / 7, mentre la seconda si ferma più o meno su un 5. Facendo la media, si arriva appunto al 6.
Sicuramente comprerò il disco, anche perché possiedo tutta la sua discografia, ma è altrettanto certo che questo album girerà ben poche volte nel mio lettore CD.
Voto: 6/10
Stefano Gazzola
















