Il ritorno degli Athena rappresenta uno degli eventi più attesi della scena musicale prog-metal italiana e non solo. Dopo quasi vent’anni di silenzio, la band torna con un disco che non solo spazza via ogni dubbio sulla loro capacità di reinventarsi, ma che dimostra anche una profonda maturità artistica, con un nuovo sound che osa, sorprende e cattura.
Una precisazione imprescindibile: non aspettatevi un “A New Religion ? 2.0”, perché rischiereste di rimanere delusi. Questo disco suona fresco e moderno e, tranne qualche sporadico riferimento, è a anni luce di distanza da quel disco di 26 anni fa.
Dopo questa doverosa premessa, possiamo iniziare ad analizzare il disco traccia per traccia.
“Frames of Humanity”
Il brano di apertura colpisce subito per il drumming serrato e incalzante di Matteo Amoroso (traccia che può ricordare a tratti i loro “colleghi” toscani Eldritch), sostenuto da un tappeto sonoro di tastiere di una qualità “mostruosa”. Le melodie vocali si intrecciano perfettamente ai continui stop-and-go della sezione ritmica del trio Sabella-Amoroso-Pellegrini. Un inizio di impatto devastante che prepara il terreno per quello che verrà.
“Legacy of the World”
Un pezzo che può spiazzare e allo stesso tempo sorprendere per le tastiere “techno” poste in apertura e chiusura (ottima scelta, direi), quasi a evocare la musica “dance”. Le linee vocali di Fabio, con i suoi continui vocalizzi (“aaaaahh…aaaaaah”), sono davvero sorprendenti, e anche il refrain stesso ha un impatto notevole. La struttura ritmica è sorprendente e la melodia delle tastiere aggiunge un tocco unico al brano, rendendolo come uno dei migliori dell’intero album.
“The Day We Obscured the Sun”
Più riflessiva e meno diretta rispetto alle tracce precedenti, questa canzone richiama i Conception (i più recenti) e presenta un refrain che potrebbe ricordare i Soundgarden (sì, proprio loro! Avete capito bene!).
Brano che al primo ascolto potrebbe risultare un po’ ostico ma che, al tempo stesso, risulta “fresco” e moderno. Ovviamente necessita di più ascolti per essere assimilato a dovere.
“The Seed”
Per qualità compositiva, prosegue sulla falsariga dei due brani d’apertura, con un sound di chitarra “trita-tutto”. Basti ascoltare le note iniziali per rendersene conto. Il cantato di Fabio Lione è prima sussurrato e poi “urlato” (non mancano le vocals filtrate). Ottimo il ritornello, per un brano a tratti “oscuro” e che alterna sfuriate in doppia cassa a momenti più pacati e riflessivi.
Un pezzo che mescola sapientemente influenze power e prog-metal, la cui struttura portante è sorretta dalle tastiere “martellanti”. Ha tutti gli ingredienti per accontentare i fans di band quali Symphony X e Conception.
“I Wish”
Il brano si apre con un suono di “Hammond” che si alterna a tastiere di impronta “progressive”. Ottimi i cambi di tempo, con tutta la sezione ritmica sugli scudi; il brano accelera e rallenta sapientemente, aumentandone la dinamicità.
L’album vanta un ospite d’eccezione, Roy Khan (ex-Kamelot, Conception), la cui voce si fonde alla perfezione con quella di Fabio, dando vita a un duetto in cui le due voci si mescolano in un tutt’uno. Il solo di chitarra, semplicemente straordinario, è il migliore dell’intero disco.
“The Calm Before the Storm”
Questa traccia è più “easy listening” rispetto alle precedenti, grazie a un refrain molto melodico, ma non per questo banale o scontato. A tratti ballabile, è caratterizzata da arrangiamenti eccellenti. Il brano alterna momenti più oscuri nelle ritmiche di chitarra a passaggi più “happy”, come nel refrain. I punti di forza di questo brano? Le melodie di chitarra e tastiere (con il solito mood “techno”) rappresentano un valore aggiunto, oltre a un ritornello che ti si stampa nella testa e non va più via.
“What You Most Desire”
La traccia si presenta oscura e, a tratti, carica di malinconia, caratterizzata da continui stop-and-go e da repentini cambi di tempo, che riescono a darle un ottimo “tiro”. Anche in questo caso, Fabio sfrutta i filtri vocali per dare alla traccia un’ impronta più moderna.
La parte centrale di pianoforte (al minuto 3:14) presenta alcune reminescenze del brano “The Accolade” dei Symphony X, mentre il solo di tastiera è davvero notevole, con Gabriele Guidi che, lungo tutto il disco, svolge un lavoro superlativo.
“The Conscience of Everything”
Rappresenta l’incrocio perfetto tra il vecchio e il nuovo corso degli Athena (ora Athena XIX), con passaggi armonici di chitarra che ricordano quelli di Tore Østby nei Conception. I cori “gregoriani” e i passaggi tenoristici arricchiscono la composizione, culminando in un finale travolgente, dove la sezione ritmica suona davvero “da paura”! Chapeaux !
“Where Innocence Dissapears”
Altro mix perfetto tra i “vecchi” e i “nuovi” Athena, brano che più si avvicina a quelli di “A New Religion ?”.
Il tappeto di tastiere, a tratti “inquietanti”, evoca in alcuni momenti le atmosfere della colonna sonora di “Profondo Rosso”, mentre il refrain esalta la traccia, mettendo in luce tutta la sua melodicità.
Straordinario il lavoro svolto dalle tastiere, che in ogni brano si rivelano mai superflue, ma sempre ben bilanciate e funzionali all’equilibrio complessivo della composizione.
“Idle Mind”
Un brano geniale e dinamico, con cambi di tempo e alternanze vocali tra parti più melodiche e altre più “rabbiose”, quasi “gridate”. Il sound delle tastiere spazia tra il prog degli anni ’70 e quello più attuale e moderno, rappresentando uno dei punti di forza del brano.
Un songwriting talmente originale e articolato da poter far invidia persino a una band del calibro dei Dream Theater, ormai lontani dal creare brani di questo livello.
“Synchrolife”
Il brano si distingue per il suo andamento “schizofrenico” ma al contempo affascinante, autentico esempio di cosa vuol dire scrivere un pezzo di progressive metal in chiave moderna. È arricchito da un cantato tenorile in italiano e da vocalizzi di un soprano, che aggiungono un tocco finale di “originalità”, diventando la vera ciliegina sulla torta. La sezione centrale conferisce al brano un tono più contemplativo e rilassato, culminando in un arioso assolo di chitarra.
“Inception”
La canzone è un viaggio malinconico e introspettivo che prende il via con un ritmo da “ballad”, arricchito da splendide trame di pianoforte. Lione si dimostra particolarmente a suo agio con le linee vocali, accompagnando un brano che evolve gradualmente da ballad a mid-tempo.
“The Departure”
L’outro sinfonica conclude il disco con un’atmosfera cinematografica. Proprio come accade nelle migliori colonne sonore, il finale lascia presagire un “to be continued…”, grazie a una chiusura improvvisa che lascia una sensazione di suspense per quello che sarà la seconda parte di questo concept album.
Che dire, è inevitabile provare un senso di rimpianto per aver perso quasi 20 anni di attività degli Athena. Una band di questo calibro non avrebbe dovuto restare così a lungo lontana dai palcoscenici italiani e internazionali. Ma, come si suol dire, meglio tardi che mai: sono tornati, e lo hanno fatto in grande stile, dimostrando coraggio e determinazione.
Avrebbero potuto facilmente (e forse anche più comodamente, in ottica commerciale) riproporre un album sulla falsariga di “A New Religion ?” e invece no. Hanno scelto di innovarsi. Gran parte del disco è caratterizzato da suoni di tastiera moderni,futuristici e mai scontati, che creano un tappeto sonoro di primissimo livello. Questi arrangiamenti arricchiscono i brani, portando la qualità complessiva del lavoro a livelli altissimi.
E Fabio Lione? Dove riesce davvero a esprimere al massimo il suo talento? A mio parere, proprio con gli Athena. La scrittura dei brani sembra fatta apposta per valorizzare ogni sfumatura della sua voce, permettendogli di brillare come mai in nessun’altra band, ad eccezione, forse, della sua militanza nei “Rhapsody of Fire”.
Aspettando con ansia la seconda parte, concludo assegnando a “Everflow Part 1 – Frames Of Humanity” il titolo di disco dell’anno!
Voto: 9/10
Stefano Gazzola















