Consumata la divisione fra i tre membri storici della band, dopo averla riesumata dopo una ventina d’anni, con Graham Bonnet, vocalist leggendario che ha abbandonato la compagnia per fare una sua versione di Alcatrazz, in aperto e insanabile dissidio con Gary Shea e Jimmy Waldo, arriva il quinto capitolo della saga della band americana degli Alcatrazz.
Il disco non è certamente suonato male, ma non offre, a parte la mostruosa prestazione di Joe Stump e la suadente tastiera hammond di Waldo, spunti particolarmente innovativi o sconvolgenti, pur mantenendosi su ottimi livelli musicali.
Sinceramente, dopo il clamore e l’entusiasmo di “Born Innocent”, platter del ritorno del supergruppo che aveva scaldato i cuori dei metallari degli anni 80, mi aspettavo maggiore qualità compositiva, perché, come ripeto, a livello esecutivo siamo a livelli eccezionali.
Curiosamente il disco, che continua nella tradizione hard rock con venature neoclassiche, secondo una impostazione iniziale data dalla vicinanza stilistica con i Rainbow e la presenza di Yngwie Malmsteen alla chitarra per i primi lavori che hanno caratterizzato il sound Alcatrazz, parte forte con “Guardian Angel” e “Nightwatch” che seguono coordinate vicine allo speed metal melodico, in quanto a sezione ritmica e impianto sonoro, per poi calare giri e intensità nel resto del lavoro.
Tutto questo esalta le qualità vocali di Doogie White, che eredita l’impegnativo scettro microfonato di Bonnet, che si trova meglio, a mio parere, quando la velocità è ridotta. Ecco allora che “Sword of deliverance”, canzone impegnata che parla di diritti civili e in particolare dei bambini, “Turn on the wheel” che si dipana con diversi cambi di tempo senza mai raggiungere le vette dei due brani di apertura, seguono questa tendenza al rallentamento. La tastiera di Waldo è protagonista ,insieme alla voce di White, in “Blackheart” e nella successiva “Grace of God” con splendido assolo del tastierista che raccoglie la sfida di Stump, le cui linee chitarristiche innervano e esaltano ogni brano. La epica “Return to nevermore”, la rainbowiana “House of lies” con riff che richiama vagamente la struttura di “All night long”, la drammatica e evocativa “Alice’s eyes” e il lento finale con tanto di pianoforte di “Dark for my soul” , con assolo “piangente” di una chitarra molto ispirata chiudono il platter che, come sempre, piacerà molto ai fans della band e del genere, senza probabilmente attrarne di nuovi, anche se alle porte c’è un tour europeo e la partecipazione a due kermesse in terra britannica ( WinterStorm e Aor-Blues Crows) in questo scorcio di novembre e che sono praticamente sold out, come riporta il sito ufficiale della band.
Per concludere devo parlare di Joe Stump. Recensendo il suo ultimo “Diabolical Ferocity” sono stato forse un po’ avaro in termini di voto con il 61enne chitarrista americano, che non sfigura assolutamente rispetto ai predecessori nella band negli anni 80 come Malmsteen e Steve Vai, per me idolo assoluto.
In questo V (quinto disco degli Alcatrazz ma anche il simbolo della vittoria?) Stump conferma quello che ho scritto sul suo disco solista. Siamo di fronte a un esecutore mostruoso, straordinario, la cui prova vale da sola l’acquisto o l’ascolto dell’intera opera, ma che, probabilmente, ha esaurito un po’ le idee a livello compositivo. Poco male, se poi ci regala gioielli intarsiati nel metallo vero, come in questo caso.
Voto: 7,5/10
Massimiliano Paluzzi















